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Inchiesta sull'Aquaspace

Le verifiche sull'impianto

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Erano le 8.30 di ieri mattina quando all'Aquaspace si sono accorti che non sarebbe stata una giornata come tutte le altre. Sono arrivati con due furgoni e altrettante macchine. Erano gli uomini della polizia giudiziaria di Trento, accompagnati - e coordinati - dal sostituto procuratore Alessandra Liverani. Con loro i tecnici di Appa, che per ore sono stati in azienda, allo scopo di recuperare una serie di campioni. Alla fine della giornata, solo una cosa è certa: c'è un'indagine in corso, da parte della Dda - la direzione distrettuale antimafia - per verificare se vi siano state o meno irregolarità nella gestione dei rifiuti. E visto che, per alcuni reati, è la Dda l'autorità inquirente competente, il cuore dell'inchiesta è a Trento. Questa l'unica certezza. Oltre a questo, si entra nel campo delle ipotesi. Nel frattempo dall'azienda si ostenta serenità: «La società contesta eventuali addebiti, ribadendo di avere sempre operato nel rispetto della normativa in materia ed è certa che verrà dimostrata la sua estraneità ad ogni ipotesi di violazione».

Per contestualizzare serve fare qualche passo indietro. Aquaspace - che nonostante il nome, non fa parte del gruppo Aquafil - da qualche tempo si è specializzata in trattamento di rifiuti. È un depuratore che lavora sulla base di regolare autorizzazione: può ricevere rifiuti e trattarli. Quali e quanti rifiuti, lo dice l'autorizzazione. E per inciso, l'elenco è lungo e comprende anche rifiuti pericolosi. Segno che il depuratore è ritenuto in grado di ricevere, trattare e poi smaltire una serie importante di sostanze differenti. Ma l'autorizzazione non è un liberi tutti: non è che una volta data, nessuno ci mette più il naso. Quando un rifiuto entra in Acquaspace, partono di documenti che lo riguardano, e vanno direttamente alle autorità competenti. In sintesi, l'attività di questi stabilimenti si può monitorare, almeno dal punto di vista formale, più o meno di giorno in giorno. Ad occuparsi tecnicamente di questo settore, in Trentino, sono la Sava - il servizio autorizzazioni e valutazioni ambientali - che dice, in sintesi, chi può fare cosa, e l'Appa, l'agenzia provinciale per la protezione dell'ambiente, dove si svolgono i controlli per verificare che le prescrizioni siano rispettate. 

L'indagine è ancora nella sua fase preliminare. Di più, sembra di capire che sia alle prime battute. Quindi è chiaro che su quel fascicolo c'è il più stretto riserbo. Ma sembra che tutto sia partito da un controllo campione fatto da Appa, ancora mesi fa. Sono state contestate all'azienda alcune irregolarità, rispetto alla gestione dei rifiuti, e rispetto a quanto entra e quanto esce dallo stabilimento.

E si è avviato un procedimento amministrativo, di cui l'azienda era ovviamente a conoscenza. Di più, ha fatto in modo di collaborare, sostenendo però fin da subito un concetto: là dentro - hanno garantito alle autorità - è tutto regolare. Per dimostrarlo, in punto tecnico, si sono affidati a tre professori, ognuno dei quali esperto in un determinato settore - dal biologo e chimico a quello esperto in gestione di depuratori - che hanno contestato i dubbi sulle sei presunte irregolarità, sollevato dalle istituzioni competenti. Qualche giorno fa, il primo confronto tra azienda, Sava e Appa. Un confronto che non poteva che essere interlocutorio, vista la mole di documenti. 

Ieri, infine, la novità: della vicenda si occupa anche la magistratura. Gli ufficiali di polizia giudiziaria, assieme ai tecnici Appa, sono rimasti ore nell'azienda roveretana, ed hanno effettuato una serie di campionamenti, più o meno su tutto. Rifiuti in entrata, in uscita, materiale stoccato nello stabilimento. Aquaspace, dopo l'ispezione, ha continuato a lavorare come sempre: nulla è stato messo sotto sequestro. Ora sarà la Dda a fare le verifiche che ritiene necessarie. Perché questo dice la legge: il trattamento dei rifiuti è disciplinato da un decreto ad hoc, che prevede anche una serie di possibili reati. Per alcuni di questi, è competente non la procura del territorio, ma la Dda, che significa, nel caso roveretano, alcuni magistrati dell'ufficio inquirente di Trento.

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