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Ex Argentina, verso l'appello

«perché Bresciani è colpevole»

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Il prossimo 8 giugno la vicenda del complesso ex Argentina nella zona dell’Olivaia di Arco tornerà in un’aula giudiziaria a distanza esattamente di un anno dalla sentenza di primo grado (era il 31 maggio 2017). La Corte d’appello di Trento ha infatti fissato per quel giorno la prima udienza del processo che nasce dal ricorso dei sei imputati condannati dal tribunale di Rovereto e da quello della Procura della Repubblica contro le assoluzioni del vicesindaco Stefano Bresciani e della funzionaria dell’ufficio edilizia privata del Comune di Arco Tiziana Mancabelli «perché il fatto non costituisce reato».


Nelle sei pagine di quest’ultimo ricorso firmato dal procuratore capo di Rovereto Aldo Celentano, si rimarcano ovviamente le ragioni che stanno alla base del convincimento della pubblica accusa che anche il vicesindaco in carica Stefano Bresciani (Patt) e la funzionaria Tiziana Mancabelli abbiano giocato anch’essi un ruolo decisivo e comunque abbiano responsabilità precise in merito all’approvazione del piano di lottizzazione che ha poi dato vita al complesso Olivenheim-ex Argentina.

Non con dolo, fa presente la stessa Procura della Repubblica, ma con atteggiamento «colposo se il loro comportamento ha recato un contributo causale all’inosservanza di norme regolamentari». Secondo il giudice di primo grado Tiziana Mancabelli era ed è innocente perché «si è di fronte ad una funzionaria di rango e responsabilità non particolarmente elevate - scrive il giudice Carlo Ancona nelle motivazioni del tribunale - che (sbagliando) si è attenuta al criterio di ritenere attendibili i risultati del lavoro di chi l’aveva preceduta in quelle funzioni». Tesi sulla quale non concorda ovviamente la Procura che sottolinea come sia a carico della Mancabelli che del vicesindaco Bresciani «vi sia la presenza di macroscopici profili di negligenza, presenza che non appare essere stata adeguatamente scrutinata dal pur attento tribunale».


Per poi sottolineare ancora come «rilievi anche più incisivi debbono essere mossi a carico di Stefano Bresciani, attesa la pluralità di ruoli rivestiti: non solo presidente della commissione edilizia ma anche vicesindaco e assessore all’urbanistica, ruoli politici - scrive ancora il dottor Celentano - che rafforzano il convincimento di una sua colpevolezza in ordine alle problematiche che il procedimento ex Argentina imponeva di affrontare». E per questo, scrive ancora il procuratore Celentano, la pubblica accusa chiede alla Corte d’appello di Trento «un esame più approfondito dell’elemento soggettivo riscontrabile in capo agli imputati».


In primo grado, l’anno scorso, il giudice del tribunale di Rovereto Carlo Ancona aveva deciso la condanna ad un mese di reclusione, e 22 mila euro di ammenda, dell’imprenditore rivano Roberto Miorelli, in qualità di legale rappresentante della Cosmi, proprietaria dell’immobile, del fratello Gianluca, amministratore delegato della Cosmi costruzioni, di Bianca Maria Simoncelli, dirigente dell’area tecnica del Comune di Arco, e dei tecnici che curarono il progetto, Alessio Bolgan, Bruno Ferretti e Mariano Zanon. A loro carico anche la condanna a risarcire all’associazione ambientalista «Italia Nostra», che si era costituita parte civile, la somma di 50 mila euro di cui 30 mila in via provvisionale.

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