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Cartiere, via la sede da Barcellona

Il direttore: «Clima troppo instabile»

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C'è un po' di Garda in Catalogna, o meglio è il contrario, con la sede principale e gli uffici direzionali di Lecta, a cui fa capo anche la «Cartiere del Garda», che si trovano nella capitale catalana. Ed è recente la notizia che, proprio a causa dei movimenti indipendentisti, la società ha deliberato di spostare la sede legale da Barcellona a Madrid. «È una decisione puramente formale - spiega il direttore di Cartiere del Garda Giovanni Lo Presti - dettata dal clima instabile di questo periodo».

Ma perché è stata presa una tale risoluzione?
«È stata una richiesta precisa degli investitori, del fondo Cvc di Londra, e segue a ruota decisioni analoghe prese dai più importanti istituti finanziari, così che un eventuale processo di indipendenza non possa creare difficoltà. La decisione di spostare la sede legale della nostra società è stata presa in via cautelativa, così da non dover essere costretti a operare finanziariamente in situazioni di instabilità. La sede centrale di Lecta resta a Barcellona, con tutte le conseguenze del caso».

Non teme che possa succedere qualcosa? Come vede l'ipotesi dell'indipendenza?
«In questo momento sembra davvero poco probabile che ci potrà essere quel tipo di sbocco. Quello che ci si aspetta sono eventuali azioni e reazioni, disordini e blocchi del traffico, scioperi, proteste».

Lei va molto spesso a Barcellona per lavoro: come si sta vivendo questo periodo?
«Quello che colpisce è il sentimento delle persone schierate pro o contro l'indipendenza della Catalogna, un'atmosfera pesante da fazioni contrapposte che ha forte impatto sul comportamento della gente e che rende difficile la situazione. Ecco, ci vorrà molto tempo per rimarginare questa ferita scioccamente aperta».

Ci si apettava un'evoluzione del genere?
«Da tempo frequento la Catalogna e le esigenze di autonomia sono sempre stati evidenti, ma che la situazione degenerasse in questo modo, no, non me l'aspettavo. Si è trattato di un'agitazione che perdurava da tempo e che è tata gestita male da politici attenti più al consenso che alla realtà dei fatti. Bisogna poi ricordare che a Barcellona vivono e lavorano persone provenienti da tutta la Spagna, la situazione è molto equilibrata e se si facesse un referendum nella sola città, forse prevarrebbero quelli che preferiscono restare legati alla madrepatria. Sono soprattutto i comuni vicini, ognuno con il loro sindaco, che premono per l'indipendenza».

Cosa potrebbe succedere, secondo lei, adesso?
«Credo che alla fine prevarrà il buon senso, e si cercherà in ogni modo di evitare il confronto diretto. Si troverà senza dubbio una quadra, magari qualche politico dovrà rinunciare a parte del consenso, ma alla fine il desiderio di lavorare per il bene comune avrà la sua preponderanza. Certo, l'impatto sulle persone adesso è molto forte, e sarà complicato ricucire questo strappo».

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