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Darzo, lo straziante addio

Il paese saluta Marco Bindo

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Sarà per il carattere sempre disponibile, sarà per la professione per la quale era molto conosciuto, sarà per la morte così improvvisa e tragica, sta di fatto che nei due giorni in cui Marco Bindo (l’ingegnere morto cadendo dalla tromba delle scale dell’ex Stork Club di Storo) è rimasto nella camera mortuaria della casa di riposo di Storo il corteo di persone che si sono strette alla famiglia (moglie Roberta, fratello Franco, genitori e suocera) è stato ininterrotto. Ieri pomeriggio si è andati addirittura oltre.

La chiesa di Darzo non ce l’ha fatta a contenere tutti coloro che hanno voluto partecipare al funerale. Hanno voluto accompagnare Marco nel viaggio senza ritorno in una giornata che già di suo invitava alla malinconia (nuvole basse e gonfie d’acqua) amici, colleghi di lavoro, amministratori pubblici delle intere Giudicarie, componenti del Soccorso Alpino e della Sat, insegnanti e compagni di classe dei due figli (Mattia della prima media ed Aurora Lia della terza elementare), semplici conoscenti e gente comune.

Se si fosse dato spazio alla colonna interminabile che voleva salire per porgere le condoglianze ai familiari la messa sarebbe cominciata con un’ora di ritardo. Così ad un certo punto il parroco ha dovuto chiedere di fermarsi.
La messa. A concelebrarla, insieme a don Andrea Fava (parroco dell’Unità pastorale di Storo e dintorni) sono arrivati don Ivan Maffeis (pinzolero come Marco, consultore della Segreteria per la comunicazione, in Vaticano, e portavoce dei vescovi italiani) e don Celestino Tomasi, il mitico fotografo.

«Ci sono momenti - dice don Andrea nell’omelia - in cui ci sembra di non farcela e di non trovare motivazioni. L’italiano ha moltissime parole belle, ma in questi momenti non ce n’è una che calzi con il nostro stato d’animo. Per stare vicini a Roberta, ai bambini e ai genitori non dobbiamo dire niente, ma ascoltare la sofferenza che viene dal profondo del nostro cuore». Poi però una parola l’ha trovata: «Insostituibile». E la pronuncia cinque o sei volte, invitando la moglie Roberta, ma senz’altro tutti i presenti ad imitare Marco, l’insostituibile, nella sua voglia di fare sport, nella sua grinta di scalatore, per il suo attaccamento alla vita, finita troppo presto e troppo male.
La Comunione. I concelebranti si spartiscono la distribuzione: don Andrea davanti, don Ivan in fondo, don Celestino ai bambini intorno all’altare.

Infine arriva il momento più inatteso e toccante: di gran lunga il più commovente. Roberta, la moglie, fa una cosa che non molti sarebbero in grado di fare: con la forza di un leone, sale sul pulpito per ricordare e ringraziare Marco, «il mio Marco» A braccio, senza nulla di scritto, ricorda che «con lui ogni giorno era una scoperta»; ricorda che «non c’è mai stato un mattino che svegliandoci non desse un bacio a me e uno ai bambini»; rammenta che «era altruista, mai arrabbiato, sempre sorridente. Quando alla sera i bambini gli chiedevano di giocare e magari doveva lavorare, prima resisteva, poi giocava dicendo: il lavoro domani. Grazie Marco. Grazie a tutti voi. Ho voluto parlare perché ho voluto spiegare chi era Marco».
La chiesa esplode. Il fragore dell’applauso aiuta a sbrogliare il nodo della gola. Il coro intona «Io credo risorgerò», poi, mentre la gente lentamente sciama, l’atmosfera viene avvolta dalla magia triste della «Sarabanda» di Haendel suonata dall’organista Filippo Zanetti e la bara portata a spalle dagli amici del Soccorso Alpino. Così le centinaia e centinaia di persone danno l’ultimo addio a Marco ed offrono il loro abbraccio a Roberta, a Mattia, ad Aurora Lia, al fratello Franco, ai genitori.

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