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Un'immagine diventata storia:

Giovanni Paolo II aggrappato alla croce

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Il Papa in ginocchio aggrappato alla croce. Sarà questa l'immagine che per sempre resterà della visita di Giovanni Paolo II a Stava: era domenica 17 luglio 1988, tre anni dopo l'immane tragedia che ha cancellato 268 vite innocenti. Il papa in ginocchio aggrappato alla croce. Un'immagine che «comunica» il tutto. Una foto di sofferenza, di dolore, di strazio. Un gesto con il quale il Papa dice ai familiari delle vittime, a chi ha avuto il destino di vivere una tragedia tale: «Sono con voi».
Il papa in ginocchio aggrappato alla croce. Immagine che non sfugge a chi c'era, quella domenica di luglio del 1988. Non a caso Piero Agostini dà questo titolo al suo lungo reportage sulla giornata emozionante in Val di Fiemme. Il direttore dell'Adige scrive: «L'osservavo mentre, inginocchiato davanti a quella sorta di muraglione pieno di nomi, cognomi, età, città di provenienza, s'era come aggrappato a un crocifisso, i capelli bianchissimi scompigliati da un vento forse già carico di nuova pioggia, sotto sguardi di marmo, dentro un fondale di occhi impietriti e senza più lacrime. Raramente ho visto una così intensa espressione di partecipazione umana».
Dopo aver pregato nella chiesa di San Leonardo, il Papa visita il cimitero delle vittime: è lì che rimane inginocchiato, per alcuni interminabili minuti, aggrappato alla croce. Incontra i familiari raccolti attorno alle tre fosse dove hanno trovato sepoltura le salme delle 71 vittime non riconosciute: «Mi ritrovo fra voi, come uno di voi, partecipando alla stessa commozione, allo stesso dolore, allo stesso cimitero. Ci troviamo davanti alla tragedia di tante morti umane concrete, morti che ci hanno tolto tante persone amate, vicine, carissime e dobbiamo riscoprire nei nostri cuori, nella nostra fede la dimensione della vita che viene da Dio, ma che trascende la sua misura terrestre, qualcunque essa sia, la trascende verso Dio... Vi dico una parola di compassione, le mie condoglianze».
Dopo l'incontro con i familiari Giovanni Paolo sale verso Stava, dove incontra la cittadinanza e migliaia di fedeli. Il Papa, dopo la parte più spirituale e affettuosa, lancia un monito pesante all'uomo. Lo ammonisce ad un rapporto equilibrato con la natura. Ecco il passo riportato dal sito stava1985.it : «Il dominio accordato dal Creatore all'uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di "usare e abusare" o di disporre le cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio ed espressa simbolicamente con la proibizione di "mangiare il frutto dell'albero" mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire».
Insomma, un atto d'accusa vero e proprio. Il Papa accarezza coloro che hanno perso tutto a Stava e chiede il rispetto assoluto della natura e delle sue leggi. Chiede che l'uomo si ponga dei limiti, che capisca quando è il caso di porre un freno allo sfruttamento delle risorse. E ancora: «Il carattere morale dello sviluppo non può prescindere neppure dal rispetto degli esseri che formano la natura visibile e che i Greci, alludendo all'ordine che la contraddistingue, chiamavano il cosmo».
La generosità di Giovanni Paolo II è di grande conforto per i familiari delle vittime. Il pontefice, con trasporto, si lascia avvicinare. Molti, davanti a lui, si bloccano. Unica reazione, il pianto. Un silenzio eloquente (annotato sul nostro giornale dall'inviato Roberto Vivarelli), al quale il Papa risponde con cenni di conforto, con qualche bacio e alcune carezze. «Accetti questi ricordo, è tutto quello che mi è rimasto; lo metta sull'altare, dice una preghiera per lei», gli sussurra un uomo in lacrime consegnandogli la foto della moglie uccisa dal fango. Il Papa stringe intensamente la mano dell'uomo e prosegue. Quando passa davanti a Giuseppe Zeni di Tesero gli chiede «chi ha perso»: «La moglie e i quattro figli», la tragica risposta. Il Papa è commosso, completamente assorbito dalla tragedia.
Una giornata che non verrà mai dimenticata. La Val di Fiemme sente che dalla sua «parte» c'è quell'uomo che sta contribuendo a cambiare il mondo. Quell'uomo vestito di bianco che gira il globo e rompe ogni consuetudine legata alla figura del successore di Pietro. Un papa che si lascia abbracciare, baciare, salutare. Un papa che consola le persone non dalla finestra di San Pietro ma guardandoti negli occhi. Dice: «Qui ci troviamo dentro una tragedia umana storica. Posso solo fare riferimento a Maria, che stava ai piedi della croce del suo figlio divino, madre e figlia, ed in questa croce, come in questa tragedia di Stava, ha perso la persona più vicina, più amata, più innocente». Amati. Innocenti. Sono i 268 morti di Stava: amati e innocenti.

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