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Belluno al voto per l'autonomia
Cason: montagna da salvare

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Veduta di Belluno dalla riva del Piave

Fonte:

Zenone Sovilla

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Caviola di Falcade (Belluno)

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Antonella Schena

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Belluno e il Piave di fronte a Lambioi

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Adorable.belluno.it/

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Belluno nell'Euregio come osservatore, il confine a passo Fedaia

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Z. Sovilla

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Belluno, manifestazione autonomistica in difesa della Provincia

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Z. Sovilla

Tempo di lettura: 
8 minuti 13 secondi

Domenica sarà una giornata importante per i bellunesi, chiamati alle urne per ribadire la storica richiesta di autogoverno di questo territorio alpino.

Se in tutto il Veneto si celebra il referendum sull'autonomia voluto dalla Regione, a Belluno, infatti, si voterà anche sul quesito proposto dal consiglio provinciale, con l'obiettivo di rilanciare la richiesta che venga finalmente attuata (e ampliata) la norma di tre anni fa che prevede il trasferimento all'ente dolomitico di area vasta di rilevanti competenze (dal turismo all’agricoltura, dall’energia ai rapporti transfrontalieri). Inoltre, l'obiettivo è spingere finalmente Roma a riconoscere (dopo aver varato leggi peggiorative) che territori di montagna in difficoltà richiedono una forma di autonomia per evitare squilibri socioeconomici irreversibili.

Una consultazione dal forte impatto politico, che si tiene pochi giorni dopo il voto col quale il Consiglio d'Europa ha accolto le denunce venute proprio da un ricorso bellunese sulle violazioni ai danni delle autonomie locali perpetrate dallo Stato centrale mediante la contestata riforma che ha smembrato le Province ordinarie. L’Italia deve «rivedere la politica di progressiva riduzione e di abolizione delle province, ristabilendone le competenze, e dotandole delle risorse finanziarie necessarie per l’esercizio delle loro responsabilità», si legge nel rapporto di monitoraggio sulla situazione italiana stilato dal Congresso dei poteri locali e regionali del Consiglio d’Europa.

Una vigilia referendaria, dunque, segnata da un nuovo passaggio che rafforza le ragioni autonomistiche, in una terra dolomitica che da decenni si batte invano, sotto varie forme, per ottenere un assetto istituzionale differenziato.

Per comprendere l'evoluzione in atto e le possibili prospettive, l'Adige ha intervistato il sociologo bellunese Diego Cason, esponente del movimento Belluno autonoma Regione Dolomiti (Bard), un soggetto politico molto attivo anche nella costruzione di relazioni sempre più strette con il Trentino Alto Adige.

Cason, in quale scenario storico locale arriva questa chiamata alle urne?

«La situazione in cui vivono le comunità periferiche in particolare in territorio dolomitico è molto difficile per due ragioni principali, una istituzionale l’altra socioeconomica.
La riforma del titolo Quinto della Costituzione prevedeva un riequilibrio tra i poteri centrali dello Stato e quelli degli enti locali periferici: da 27 anni si assiste invece a un progressivo accentramento di funzioni, con il prelievo tributario del territorio quasi interamente utilizzato (il 72%) dallo Stato centrale. Quest'ultimo lo distribuisce poi in modo iniquo e poco trasparente, tanto che la spesa pro capite a favore dei veneti è di 288 euro l’anno, quella favore dei molisani è di 645 euro e quella favore dei trentini e dei sudtirolesi è di 6.444 euro. La spesa in conto capitale varia dai 135 euro pro capite dei veneti ai 600 euro per i Lucani ai 2.600 euro dei trentini.
 
Il Veneto versa imposte per 75 miliardi di euro e riceve dallo Stato 51 miliardi di euro, dunque con un disavanzo di 15,5 miliardi, allo stesso modo la Provincia autonoma di Bolzano, registra un disavanzo fiscale di 1.1 miliardi (cioè la quota di fiscalità che resta a Roma); mentre a Trento si ha un avanzo (dato 2016) pari a 250 milioni di euro, cioè un saldo positivo fra entrate fiscali e complessive e quanto va al territorio).
Assai maggiore l'avanzo di una Regione a Statuto speciale come la Sicilia, che si trattiene 100% dei tributi, che è di ben 10,6 miliardi di euro.
 
È paradossale che Regioni ordinarie finanzino i deficit fiscali di Regioni dotate di autonomia.
 
Le manovre finanziarie negli ultimi sei governi hanno tagliato di 9,7 miliardi i trasferimenti alle Regioni ordinarie, 3,3 miliardi alle autonome, 3,7 miliardi alle Province, 8,3 miliardi ai Comuni. Tuttavia, il debito pubblico ha raggiunto 2300 miliardi di euro nel 2016, crescendo di 705 miliardi dal 2005 ad oggi, giungendo al 132% del Pil.
 
Per fare un esempio la Provincia di Belluno per effetto dell’applicazione della legge Delrio (56 del 2014) e delle manovre finanziarie ha visto ridursi i trasferimenti dello Stato da 20 milioni di euro a 60.000 euro, inoltre 20 milioni di tributi propri vanno consegnati allo Stato centrale per il fondo di solidarietà nazionale. Quaranta milioni di euro in meno in un bilancio pari a 60 milioni di euro l’anno, Contemporaneamente la Provincia ha subito la riduzione del personale del 30%, sempre in seguito alal riforma Delrio.
Tagli massacranti per un ente che però ha conservato la responsabilità di esercitare 17 funzioni proprie; ma le risorse disponibili che vanno interamente in spesa corrente per il personale.
 
Qual è il senso di questa operazione? Lo Stato centrale mantiene tutta la sua struttura inefficiente grazie alle risorse raccolte nelle regioni più produttive ed efficienti del Paese, penalizzandole sul piano fiscale e finanziario in modo irragionevole e iniquo.
La Provincia di Belluno dal 2000 ad oggi visto svolgersi 26 referendum per il passaggio di Comuni a Regione confinante e la richiesta di un referendum per il trasferimento della provincia come terza provincia autonoma regione Trentino Alto Adige.
 
Nessuno di questi segnali è stato colto dal governo centrale che non ha dato nessuna risposta ai comuni referendari e ha bloccato la richiesta della Provincia con motivazioni illegittime secondo la Corte costituzionale.
È evidente che di fronte a un attacco di questo genere e all’inerzia istituzionale, i cittadini e le amministrazioni periferiche cercano di ottenere un consenso popolare per riproporre con più forza i problemi che il governo continua colpevolmente ad ignorare».
 
Il referendum bellunese ha un significato meramente politico o potrebbe produrre anche conseguenze istituzionali più o meno dirette?
«Diversamente dei referendum comunale definiti dall’articolo 132 secondo comma della costituzione il referendum consultivi veneto e bellunese sono definiti dagli statuti delle relative istituzioni, ovvere Regione e Provincia. Il loro valore è quindi meramente consultivo e avrà un prevalente significato politico.
Un risultato però che non potrà essere trascurato, anche perché Lombardia e Veneto sono il principale finanziatore dello Stato nazionale.
L'esito probabile sarà l’avvio di un negoziato per trovare un maggiore equilibrio tra i poteri dello Stato centrale e quello degli enti locali.
 
Nel caso di successo dei sì, che cosa si aspetterebbero i bellunesi dalle istituzioni (Regione e Stato) da cui dipende il riconoscimento di una forma di autonomia? E trovarsi a fine legislatura, dunque nell'imminenza di una campagna elettorale nazionale, è un problema o un'opportunità in questa prospettiva?
 
«Il successo del si non è per nulla scontato, anche perché è legato alla partecipazione rilevante che sarà difficile da ottenere, soprattutto nel Bellunese, terra di emigrazione, dove ci sono 44 mila iscritti all'anagrafe dei residenti all'estero (Aire) che non potranno votare e almeno altri 10 mila residenti all’estero non iscritti ai quali è negato il diritto di voto.
Trovarsi in prossimità della fine legislatura nazionale è sicuramente un problema ulteriore perché il governo e il Parlamento vorranno rinviare la discussione avviata dai referendum. Inoltre la legge elettorale appena approvata riproporrà più o meno un Parlamento ingovernabile, incapace di prendere decisioni così rilevanti come un riordino delle relazioni tra Stato e periferia».
 
Come si distingue la consultazione bellunese da quella più generale indetta dalla Regione Veneto per l'autonomia?
«Il referendum bellunese per volere del consiglio provinciale, propone un quesito incomprensibile per gli elettori: in buona sostanza si chiede l'applicazione dello Statuto regionale e della successiva legge 25 che stabilisce il trasferimento delle competenze e un’applicazione più coerente dell’articolo 116 della costituzione.
Tecnicamente un referendum meno chiaro e con meno pretese di quello veneto, ma dal punto di vista pratico è la provincia di Belluno che ha maggiori diritti a chiedere l’applicazione di leggi rimaste finora inapplicate».
 
Concretamente come si può immaginare la struttura istituzionale autonomistica della Provincia di Belluno?
«Come Bard stiamo lavorando a un progetto di istituzione provinciale in grado gli esercitare la funzione di coesione politica delle comunità per mezzo di quattro collegi elettorali, uno stesso numero di eletti in consiglio provinciale, in modo da assicurare un peso rilevante delle comunità che risiedono in alta quota.
 
Dal nostro punto di vista la Provincia autonoma dovrebbe assumere il compito di coordinare la rappresentanza politica delle quattro comunità bellunesi, sfoltire l’insieme delle società partecipate, riorganizzare le strutture comunali, produrre e distribuire servizi pubblici di interesse provinciale su delega dei municipi».
 
In passato il consiglio provinciale bellunese aveva indetto un referendum consultivo sull'ipotesi di avviare un processo per verificare la possibilità di diventare la terza provincia del Trentino Alto Adige, in una Regione Dolomiti.
Quel referendum fu bocciato dalla Cassazione con motivazioni discutibili, ma numerosi Comuni bellunesi hanno in effetti celebrato referendum esprimendosi per il passaggio al Trentino o all'Alto Adige.

L'idea delle tre Provincie riunite in una Regione Dolomiti resta valida? E in Trentino e Sudtirolo ha dei sostenitori?

«Di sicuro questo processo bellunese sarebbe stato agevolato se le Province autonome di Trento e di Bolzano avessero colto il valore politico della nostra proposta di allargamento della loro regione a una terza Provincia alpina quale Belluno.

 
Sarebbe stato più facile per noi utilizzare le conoscenze acquisite in quarant’anni di autonomia del Trentino Alto Adige, e sarebbe stato un modo per loro per proteggersi dai processi in corso che hanno come obiettivo l’eliminazione di tutte le aree a statuto speciale.

Le cose avranno il loro corso ma ho l’impressione che, in questo contesto di proposte d'incontro fra comunità alpine, sia il Trentino sia il Friuli Venezia Giulia avranno modo di pentirsi della miope visione del futuro.

In ogni modo, l’idea della Regione Dolomiti resta valida dal punto di vista teorico, politico, poiché si possono definire strutture istituzionale solo sulla base di territori e comunità preesistenti che abbiano forti caratteri di similitudine e una condivisione culturale dei valori di riferimento comunitari.

I territori di Sondrio, Trento, Bolzano e Belluno e, in parte, della Carnia presentano questi requisiti.

Al momento attuale, però, le due Province autonome di Trento e di Bolzano si oppongono a qualsiasi trasferimento di Comune e a qualsiasi ipotesi di accorpamento di altre Province e, quindi, finché le maggioranze politiche locali non modificheranno il loro atteggiamento o non cambieranno per effetto delle elezioni, la concreta possibilità di cogliere questa visione e di realizzare questo obiettivo è impraticabile».

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