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Nelli: da Lucca a Trentino Volley

con biglietto di sola andata

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Se avesse voluto costruire uno dei suoi personaggi e proiettarlo nel mondo del volley, lo scrittore William Faulkner avrebbe creato Gabriele Nelli. Infatti Nelli, prima che pallavolista è cacciatore. E prima ancora pescatore. «A cinque anni andavo con mio zio Gianluca a pescare ai laghetti vicino a Monsagrati. Con un bastoncino e un filo di bava mi costruivo anch’io la mia piccola canna. È così che ho cominciato a pescare. E non ho più smesso», racconta. E gli s’illumina il volto. Si capisce che è quella la sua indole: stare nella natura. «Prima ancora di cominciare ad andare a scuola, ricordo che la domenica mattina d’autunno con nonno Bruno e il mio babbo Massimo ci svegliavamo alle quattro e mezza del mattino con la nebbia e il freddo per andare a caccia. Mi piaceva moltissimo. Come mi piaceva stare sul trattore. A cinque anni mio nonno già me lo faceva portare».

MADRE NATURA

Gabriele ha un corpo erculeo sotto il viso tenero del ragazzino. Già da piccolo era il più grande di tutti i suoi coetanei, una spanna in più. E da piccoli l’altezza è spesso nell’occhio del ciclone della perfidia senza filtri dei bambini. «A volte mi prendevano in giro, ma non ho mai picchiato nessuno: non mi piace e poi so di avere una forza notevole, pensando di fare una carezza, magari arriva una sberla», spiega.

Erano casi rari: Gabriele girava per le strade di Monsagrati, vicino a Lucca, e giocava con tutti. «È un paesino, ci si conosce e si va d’accordo. Da piccolo, in casa non ci stavo nemmeno se pioveva. La televisione non mi è mai piaciuta e nemmeno mi piaceva leggere e studiare. Così ero sempre in strada a giocare o in bici nel bosco».
Magari avrebbe potuto restarsene al paese, a fare il contadino. Oppure poteva sfruttare brutalmente la sua forza per diventare un prepotente bulletto di provincia. Invece no. Per lui la vita è una placida ricerca del posto giusto, una camminata nel torrente per trovare la posizione più favorevole. Senza affanno e senza fretta, come un ragazzo d’altri tempi. Così, assieme all’amico Mirko, ha cominciato a giocare a basket e, a nove anni, è passato alla pallavolo, nella polisportiva Camaiore.

DA MONSAGRATI A TRENTO

A quindici anni è già grosso modo due metri. Gli scout della Trentino Volley lo vedono in azione e gli propongono di trasferirsi. È un biglietto di sola andata: a Trento trova squadra, lavoro, i fiumi per coltivare la sua passione e pure la moglie: en plein.

«Sono arrivato nel 2009, quando in prima squadra c’erano Raphael, Kaziyski, Juantoreña. Fino a quel momento non mi ero mai interessato al mondo della pallavolo, per me era semplicemente un divertimento. Ma, fermandomi a guardare i loro allenamenti, mi sono ancora più innamorato di questo sport. Mi rendeva felice anche solo il fatto che loro mi salutassero o mi dicessero grazie quando gli raccoglievo il pallone», ricorda Gabriele. Forse nemmeno immaginava che pochi anni dopo sarebbe stato un loro compagno di squadra.

Sedicenne, vive da solo, lontano da casa, e fa la vita del professionista, allenandosi tutti i pomeriggi. Ha terminato una scuola professionale, in Toscana, però non ha molta voglia di proseguire fino alla maturità con l’Itis («per la mia voglia di studiare sono troppo difficili» sorride) così si concentra sul volley.

Al mattino segue l’allenatore Matteo Zingaro nelle scuole per parlare di pallavolo ai bambini. «Per farli appassionare facevamo una piccola gag: lui mi alzava il pallone e io schiacciavo forte, facendo rimbalzare il pallone altissimo. I ragazzini restavano a bocca aperta e da parte mia ho capito quanto può essere utile un piccolo gesto». Tanto che ancora oggi appena può va ad aiutare la moglie Florinda che allena la squadra Under 13 del Mezzolombardo.

LA PESCA NEL CUORE

Ormai Trento è casa sua e quando gli propongono di andare in prestito a Padova per fare il titolare, accetta. S’impegna, gioca bene, diventa parte integrante della Nazionale azzurra. Ma la testa è a Trento e ai suoi torrenti pescosi, dove torna già l’anno successivo, e parliamo dell’autunno 2018. «A Padova era bello, mi sono molto divertito ed è stata un’esperienza importante. Però ormai considero il Trentino la mia terra. Ci sono gli amici, i tifosi mi vogliono bene, in città mi riconoscono e c’è una cura particolare per i torrenti, i boschi, la natura: per un pescatore come me si tratta di un dettaglio fondamentale».

Le acque dell’Adige e del Noce sono la sua seconda casa. Anzi la terza, dopo la palestra. Solo, con qualche amico, oppure con Florinda e il cane Pongo - un alano di sessanta chili che vicino a lui sembra un cucciolo -, Gabriele s’immerge nella corrente fino alle ginocchia in ogni stagione e si rilassa aspettando il richiamo della lenza. «Come ormai tutta Italia sa, visto che lo dicono spesso in tivù – ridacchia divertito -, porto il 53 di scarpa e così per gli waders (stivaloni da pesca che arrivano fino al torace) ho dovuto chiedere ad una ditta in Val di Non di farmeli su misura. In tal modo posso andare a pescare anche in inverno. Poi, se ne prendo, mi pulisco i pesci e li cucino. È un altro mio hobby».

PAZIENZA

Quando, nel racconto di Faulkner «Gente d’un tempo», Sam Father insegna al giovane Ike ad attendere in silenzio prima di sparare al cervo, in realtà gli insegna la pazienza. Che, se non trasfigura in pigro fatalismo, è una virtù. Come Ike, anche Gabriele l’ha appresa facendo pratica nei boschi e nei torrenti. «Se un giorno non pesco niente non mi abbatto, andrà meglio il giorno dopo. O quello dopo ancora. È così anche per la pallavolo: se in una partita non gioco, mi dico pazienza, ci sarà un’altra occasione».

Fare il secondo opposto può essere frustrante: di solito sei chiamato in causa solo quando le cose vanno male. «Però a me piace quel ruolo. Avevo iniziato come palleggiatore ed ho un buon tocco ma la testa è proprio quella dell’opposto: non devi pensare, devi solo entrare e far legna». In tal senso, Roland Barthes direbbe che Gabriele incarna «il giusto, una morale dell’uomo che ottiene i risultati grazie alle qualità puramente terrestri dalla volontà».

I risultati arrivano. Nel 2014 - a ventun anni - corona il suo sogno: promosso in prima squadra, giusto in tempo per vincere lo Scudetto e diventare anche il beniamino del pubblico che si coccola questo ragazzone col volto buono. «Picchia Nelli senza paura» gli canta la curva quando entra in campo. E lui esegue, facendo legna. Poi, a fine gara, è sempre l’ultimo a lasciare il palazzetto, dopo aver posato con chiunque gli chieda una foto, un autografo, una dedica. Già, Monsagrati-Trento è stato un viaggio di sola andata per Gabriele Nelli, il più faulkneriano dei pallavolisti d’Italia.

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