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Alì-Foreman, 40 anni fa la «Rumble in The Jungle»

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Rumble in the JungleÈ il 30 ottobre del 1974. Sul ring allestito all’interno dello «Stade Tata Raphaël» di Kinshasa, in quella che oggi è la Repubblica Democratica del Congo, ma che al tempo si chiamava Zaire, salgono due pugili destinati a scrivere la storia della «noble art», per quello che sarà forse il più grande incontro di box mai visto. Sono George Foreman, campione del mondo dei pesi massimi in carica, e Muhammad Ali, desideroso di riprendersi la cintura di campione.

È «Rumble in The Jungle», la rissa nella giungla: molto più di un semplice incontro di pugilato. L’attesa è spasmodica: programmato inizialmente per settembre, l’incontro viene rimandato a causa di un infortunio in allenamento a Foreman.  

Regista dell’evento è Don King, leggendario organizzatore di boxe, anfitrione è il presidente dello Zaire, Mobutu Sese Seko, feroce e corrotto dittatore che nella «Rumble» intravede una grandissima occasione di propaganda a livello mondiale. E in effetti, quel giorno, le telecamere di tutto il mondo sono puntate su Kinshasa.
George Foreman
Foreman ha 24 anni, è il campione indiscusso dei massimi, dotato di una potenza che non sembra poter trovare ostacoli. Dopo una brillante carriera da dilettante, culminata con l’oro olimpico nel 1968, a Città del Messico, «Big George» diventa campione del mondo il 22 gennaio del 1973, a Kingston, in Giamaica: strappa la corona dei massima addirittura a Joe Frazier, e lo fa con una facilità che stupisce il mondo della boxe. Frazier va al tappeto per ben tre volte solo nel primo round; nel secondo, l’arbitro ferma l’incontro.

Alì ha già 32 anni, e sono in molti a pensare che sia ormai un pugile sul viale del tramonto. Oro olimpico ai giochi di Roma nel 1960, diventa campione del mondo dei massimi il 25 febbraio 1964, quando a Miami batte il campione in carica Sonny Liston, che abbandona alla settima ripresa. Una volta diventato campione, si converte all’Islam, aderisce alla Nation of Islam e cambia il suo nome da Cassius Clay in Muhammad Ali. Dopo otto difese del titolo, lo stop. Ma non sul ring. Alì si rifiuta di andare a combattere in Vietnam Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato negro». Viene squalificato per tre anni e mezzo. Tornato sul ring, fallisce la conquista del titolo contro Joe Frazier, in quello che venne definito l’«incontro del secolo», al Madison Square Garden. Lo stesso Frazier poi spazzato via dalla furia di «Big George».

Muhammad Alì

Per la «Rumble in The Jungle», insomma, i pronostici sono tutti a favore di Foreman: più grosso, più potente, più giovane. Nessuno se la sente di scommettere su Alì, nonostante quest’ultimo ostenti una sicurezza al limite della spavalderia. Entrambi i pugili arrivano in Africa fin dall’estate, per prepararsi al meglio e acclimatarsi. Alì non perde occasione per provocare e irridere l’avversario, con delle conferenze stampa che passano alla storia. «Vola come una farfalla, pungi come un’ape», è il suo credo:
 

L’incontro, peraltro, assume significati che vanno oltre l’ambito sportivo. Muhammad Ali è ormai un simbolo: il suo rifiuto di andare in Vietnam, l’adesione alla Nation of Islam, la contestazione, le campagne contro il razzismo e la discriminazione ne hanno fatto un protagonista della scena politica, oltre che uno dei più grandi pugili della storia. Agli antipodi la figura di Foreman, che fin dal trionfo olimpico, quando esulta sul ring con la bandiera americana, viene accusato di scarsa considerazione per le battaglie civili che infiammano il paese. Per molti Foreman non è che uno «zio Tom», al servizio dei bianchi.

Anche a Kinshasa tutti si schierano con Alì, e lo slogan è «Ali bumaye», che significa «Alì, uccidilo». Celebri le scene di Alì che si allena correndo per strada, seguito da frotte di ragazzini che urlano «Ali bumaye». Una scena celebre ripresa anche nel film di Michael Mann, «Alì», con Will Smith:
 

Con queste premesse, Muhammad Ali e George Foreman salgono sul ring di Kinshasa dopo settimane di attesa febbrile. Sono le 4 del mattino, ora locale: l’incontro viene diputato in piena notte percé deve essere trasmesso sulle tv americane in prime time.

 

Rumble in the Jungle

Grazie a una strategia particolare, messa a punto con il suo allenatore Angelo Dundee e chiamata «rope-a-dope», Alì rinuncia di fatto ad attaccare e si appoggia alle corde, schivando e parando i terribili colpi di Foreman. Nel frattempo, continua a provocarlo («Mi hanno detto che sai dare pugni, George!»). Ripresa dopo ripresa, la furia di «Big George» perde intensità, la fatica si fa sentire, mentre Alì, da sempre un grandissimo incassatore, risparmia energie.

L’incontro si decide all’ottavo round: Alì colpisce prima con un gancio, poi con un diretto. Foreman va al tappeto. Muhammad Ali torna ad essere il re.

 

Rumble in the Jungle  Rumble in the JungleRumble in the JungleRumble in the Jungle

 

Ecco l'intero incontro:

 

Alla «Rumble in the Jungle» è stato dedicato uno splendido documentario, «Quando eravamo re», diretto da Leon Gast:

 

 

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