I volontari di Piano C: sorrisi per i bambini meno fortunati

Dedicare ore e ore del proprio tempo libero agli altri.  In cambio di un sorriso o di un abbraccio che valgono tantissimo. È quello  che fanno tanti volontari di varie associazioni. Tra queste ce n'è una  nata da poco tempo, esattamente nell'ottobre 2017, e portata avanti da cinque persone, con lavori e storie diverse, ma unite dall'obiettivo di  regalare dei momenti piacevoli, ma anche di crescita e di rinascita, a bambini e ragazzi meno fortunati. Loro sono Lorenzo Spettoli, Marica Bovio,  Robero Casalaz, Chiara Schiavon, Marcela Pinedo e Ilaria Orsenigo: in due  parole Piano C.

«Il nome è un gioco di parole: tutti hanno un piano A,  che è la vita con le sue varie tappe. A volte, però, non tutto va come  si vorrebbe e bisogna ricorrere a un piano B. Noi proviamo a essere il  terzo scalino, il progetto di ripresa, di rinascita, il ricominciare dopo  aver dovuto ricorrere a un piano B. Ci occupiamo di bambini con patologie  oncologiche ed ematologiche, dando loro svago con i campi estivi: dopo  anni trascorsi dentro e fuori dagli ospedali, le settimane all'estero sono  un ritorno alla socialità, una sfida, un modo per aumentare consapevolezza  e autostima». 

A raccontare è Lorenzo Spettoli, che due anni fa ha deciso  di portare avanti un progetto, ?Punto a Campo?, iniziato nel 2003 grazie  alla Fondazione Alberto Rangoni di Trento, dopo che quest'ultima, avendo  già finanziato il progetto stesso per tanti anni, ha ritenuto di dedicare  le proprie risorse ad altre iniziative: nei 14 anni di Punto a Campo circa  900 ragazzi affetti da varie patologie hanno potuto partecipare a diversi  campi della rete Serious Fun, in America, Germania, Francia, Ungheria o Irlanda. E ora tutto va avanti grazie a Lorenzo e ai quattro amici.  «L'estate  scorsa venti ragazzini sono partiti alla volta dell'Irlanda con sette accompagnatori.  E ora siamo al lavoro per portare un nuovo gruppo la prossima estate. L'attività  è complessa: ci sono i contatti con ospedali, medici e associazioni di  tutta Italia per "individuare" i ragazzi da coinvolgere. Poi i rapporti con la famiglia, che spesso, almeno inizialmente, ha paura o è almeno perplessa  di fronte al viaggio che offriamo ai figli malati. E ancora: la parte burocratica,  logistica e organizzava, oltre alla formazione e alla selezioni dei volontari,  perché con tutto il rispetto non si tratta di fare gli animatori in colonia».   Un lavoro organizzativo, quindi, lungo, delicato e complesso. E da svolgere  non nel proprio ufficio e nel proprio orario di lavoro, ma nei ritagli  di tempo: i cinque volontari che portano avanti Piano C, infatti, svolgono ognuno il proprio lavoro, da infermiere a fisioterapista, ma poi trovano  sempre un po' di tempo per seguire il progetto. 

«Perché lo facciamo?  Beh, ognuno ha le proprie motivazioni: ad esempio è curioso il caso di  Roberto. Io l'ho accompagnato in un camp come volontario quando lui aveva  sedici anni ed era uno dei ragazzi. Allora mi disse che un domani sarebbe  voluto tornare in altra veste, come accompagnatore. E così è stato. Ognuno  di noi ha la propria vita e il proprio lavoro, ma è bello provare a regalare  un sorriso al prossimo. Oltre agli aspetti di contatti e logistici, bisogna portare avanti la raccolta fondi perché i camp sono completamente gratuiti. Queste settimane danno la possibilità a chi ha dovuto affrontare un percorso  molto difficile e faticoso come quello della malattia pediatrica di tornare  ad essere semplicemente un bambino o un adolescente. Le strutture, che  si trovano in luoghi bellissimi immersi nella natura, offrono ai partecipanti  l'occasione di ?sfidarsi? in tante attività come la canoa, il teatro, il tiro con l'arco, l'equitazione, l'arrampicata insieme a tanti coetanei  da diversi paesi. Tutti possono provare tutto, senza limitazioni dovute  alla patologia, perché ogni attività viene personalizzata, in modo tale  da diventare totalmente inclusiva».     


 

L'INTERVISTA

Un uragano di energia: è questa l'impressione che emerge parlando con Marica  Bovio, 27 anni, infermiera pediatrica al Gaslini di Genova. Lei "Punto  a Campo" lo conosce benissimo, e da più punti di vista. «Ci sono stata  due volte da bambina, una in Irlanda e una negli Usa, e poi, una volta  cresciuta, da volontaria, accompagnando i ragazzini. Per me quello con  l'associazione e il progetto è un legame fortissimo, anche perché ho potuto  capire sulla mia pelle quanto importante sia vivere quest'esperienza».  Marica conosce i camp quando il progetto faceva ancora capo alla Fondazione  Rangoni.

«Me ne hanno parlato i medici quando ero in reparto: ero una bimba  vivave e curiosa, così mi hanno chiesto se fossi interessata a imparare  ad arrampicare. I dottori hanno tranquillizzato i miei genitori, preoccupati  per la mia patologia e le medicine che dove prendere e l'incontro fatto  a Trento per spiegare i dettagli del viaggio ci hanno convinti. Così sono  stata prima in Irlanda e poi a Boston, nel camp fondato da Paul Newman.  Al ritorno dagli Stati Uniti, in aereo, ho detto al mio accompagnato che  sarei voluta diventare una volontaria. Mi ha detto "impara bene l'inglese, cantando le canzoni. Poi fai domanda". Così, qualche anno dopo, quando  avevo diciannove anni e avevo imparato bene l'inglese, ho scritto a Lorenzo Spettoli per candidarmi come volontaria. Quelle settimane mi avevano dato  talmente tanto che volevo ricambiare». Così riesce a entrare nell'associazione  e ormai da anni accompagna in giro per il mondo i bambini malati, in vari  ruolo, anche come infermiera del gruppo. «Fin da piccolissima, quando avevo  quattro anni, cercavo di "operare" i miei fratelli: lì è nata la mia passione  che oggi è anche un lavoro. Tornando ai camp io credo che quei bambini  siano di più della malattia che hanno: noi li aiutiamo a tirare fuori quei  colori e quando tornano hanno tutti una luce diversa, io per prima. Tutti  hanno il diritto a sentirsi male, a essere malati, a essere tristi, ma  nella nostra società si tende a censurare tutte queste emozioni, a vergognarsi  di avere gli occhi lucidi o di avere paura. Nei camp ci sono solo persone,  non c'è compassione, tutti si esprimono e non sono giudicati».

C'è un aspetto, però, che lascia un pizzico di amaro in bocca: progetti come questi sono  importantissimi per bambini e famiglie che hanno vissuto e stanno vivendo  momenti difficili. Ma possono andare avanti solo grazie all'impegno di  volontari e a raccolte fondi che non sempre danno i frutti sperati. «È  vero. Però io ribadisco che noi non siamo interessati ad avere un riconoscimento  economico, dedichiamo volentieri il nostro tempo libero e parte delle nostre  ferie a questo progetto, perché siamo motivati e ci crediamo. Però, effettivamente,  ogni anno dobbiamo fare i conti con il denaro da raccogliere e non è facile». 


COME DONARE

La scorsa estate i primi venti bambini da tutta Italia (dopo la "rinascita" del progetto) hanno preso parte al campo irlandese di Barretstown (barretstown.org). In questi mesi i sei volontari membri del direttivo di Piano C si stanno  impegnando quotidianamente per organizzare e reperire le necessarie risorse  finanziarie per il viaggio 2019. Ogni piccolo aiuto rappresenta per l'associazione  un passo in avanti: le persone che credono in questo progetto e vogliono  dare una mano possono farlo utilizzando l'Iban presente sul sito www.pianoc.org  nella sezione "Donazioni" ed è possibile, con solo dieci euro all'anno,  diventare soci. Tutte le informazioni e i dettagli del progetto sono reperibili anche sulla pagina Facebook.

«Un aiuto è sempre  utile - spiega Lorenzo - e i soldi non vanno ai volontari ma servono per  l'organizzazione. Mi piace ricordare che al campo, spesso per la prima  volta, i bambini che hanno perso i capelli a causa della chemioterapia  vengono guardati negli occhi e non sulla loro testa calva. E a volte capita  che bambini emofilici che non credevano di poter fare un viaggio da soli, senza la famiglia, imparino a praticarsi le auto-infusioni indispensabili  per il trattamento della loro patologia.Succede, come dimostrano le storie  di Marica e Roberto, che alcuni di questi bambini, dopo alcuni anni, tornino  da adulti e partano come accompagnatori volontari, perché vogliono restituire  qualcosa di quanto è stato dato loro».                                    

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