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Stava, una strage decisa dall'uomo 

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Ciò che avvenne a Stava trent'anni fa, il 19 luglio 1985, non fu una disgrazia, né un'avversità della natura. Fu una strage determinata dall'uomo, dalla cupidigia del possesso unita all'irresponsabilità dell'agire, figlie di comportamenti incuranti delle conseguenze che tale prassi di rapina del territorio poteva causare sulle persone e sull'ambiente. Duecentosessantotto furono le vittime, inghiottite dal fango di una colata di morte provocata dal crollo dei bacini di Prestavel, costruiti sui pendii della montagna dove non dovevano essere costruiti (e lo si sapeva), e dove non erano stati messi in sicurezza (pur prevedendo che potevano crollare). Vittime innocenti, mamme, bambini, ignari turisti in vacanza nella verde e fresca valle di Stava, uccisi dallo «sfruttamento sconsiderato della natura», come lo chiama papa Francesco richiamando ancora oggi con forza le coscienze a una conversione ecologica globale.

Trent'anni dopo vogliamo ricordare i 268 morti di quel tragico 19 luglio, i cui nomi scorrono sulle lapidi del cimitero di San Leonardo. Fare memoria per non dimenticare. Ma soprattutto quale monito perché quanto accadde allora, frutto dell'incuranza umana e della perversa concezione della natura come possesso da consumare e non casa comune da rispettare, non accadda mai più. Perché quei fatti - e soprattutto quanto non fu fatto - portino ciascuno di noi, singoli e istituzioni, a maturare una coscienza nuova, una responsabilità profonda del nostro agire, un impegno quotidiano della politica e della comunità tutta per porre fine ad ogni abuso selvaggio dell'ambiente, rimuovendo le cause di ingiustizia che lo sorreggono, favorendo invece «uno sviluppo sostenibile e integrale», come ci ha ricordato il papa nell'ultima enciclica.

L'Adige seguì fin dai primi attimi di quel drammatico venerdì, 22 minuti dopo mezzogiorno, la tragedia che aveva colpito la valle di Fiemme e l'intera comunità trentina e nazionale. Ne raccontò ogni angoscioso istante, le storie, le vittime coinvolte, quanti scavarono nel fango alla ricerca dei corpi e dei sopravvissuti. Soprattutto il giornale seguì passo dopo passo, l'inchiesta, il processo, le testimonianze, le dichiarazioni da cui emergevano responsabilità precise, colpe gravi fin dall'inizio da parte della Montecatini che decise lo sfruttamento industriale della fluorite sul monte di Prestavel, e poi da chi venne dopo, Montedison e Prealpi Mineraria. Mise in evidenza le inadempienze tecniche, le insensibilità politiche, le facilonerie colpevoli degli istituti preposti al controllo. Fino alle sentenze, che accertarono in giudicato che quella strage poteva essere evitata. Doveva essere evitata. Bastava porsi il senso del limite, bastava applicare il principio di responsabilità. Bastava rispettare le leggi della natura, pensare a ciò che poteva accadere costruendo un bacino minerario in quota, instabile e precario nella struttura, incombente sulla vallata.

Con oggi l'Adige inizia una lunga serie di approfondimenti su ciò che fu Stava, e su quanto ci ha insegnato; quanto è cambiata la nostra vita, anche come comunità trentina, dopo la tragedia. Racconteremo i protagonisti, daremo la parola ai sopravvissuti, faremo intervenire i giovani, coloro a cui particolarmente ci rivolgiamo, perché prendano coscienza di come lo sfruttamento sconsiderato della natura porti a distruggerla e a diventarne vittime. Daremo la parola anche a papa Francesco, pubblicando domenica prossima allegata all'Adige l'enciclica «Laudato si'», in omaggio a tutti i lettori, come monito e riflessione profonda. Infine domenica 19 ricorderemo le vittime, con un'ampia copertura giornalistica di tutte le manifestazioni in memoria. È il tributo che vogliamo dare a Stava. Perché non accada mai più.

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