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Salvini-Orbàn: democrazia a rischio

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Come se fosse il «vero» premier di questo governo, Matteo Salvini incontra il vero premier di Ungheria, Viktor Orbàn. Terrorizzati, i 5Stelle si sono affrettati a dichiarare che questa era una riunione politica e non istituzionale. Ma a parte queste schermaglie semantiche per parare la sfrontatezza di Salvini, quello che dovrebbe preoccupare di più, non solo il M5S ma l’intero paese, è il significato politico dell’incontro, strettamente legato alla figura e alla strategia di questo personaggio ungherese, dall’aspetto massiccio e dalla lunga carriera di primo ministro (in totale 12 anni).

Viktor Orbàn ha infatti deciso di divenire il punto di riferimento delle forze euroscettiche in vista delle elezioni del Parlamento europeo della primavera prossima. Ma la ragione di questa lotta contro l’integrazione europea non si basa sul malcontento della popolazione verso l’Unione o del cattivo funzionamento di Bruxelles: anzi, l’Ungheria, assieme agli altri stati del gruppo di Visegrad, gli ex-satelliti sovietici dell’Est Europa, guadagna tantissimo dalla sua partecipazione all’Unione europea.

Riceve un flusso enorme di finanziamenti comunitari, oltre 3 miliardi di Euro all’anno in più rispetto a quanto versa nelle casse dell’UE. Sono finanziamenti per opere pubbliche, che hanno fatto crescere il Pil ungherese ben oltre la media comunitaria e che se dovessero cessare farebbero cadere in recessione il paese. Quindi, sul tema del bilancio comunitario il premier ungherese è un fervente sostenitore di Bruxelles: come i suoi colleghi del Gruppo di Visegrad considera infatti l’UE come uno straordinario «bancomat».

Si può quindi essere certi che Orbàn non vorrà cambiare quasi nulla nel nuovo bilancio UE che scatterà dal 2021: sta facendo infatti di tutto perché non si finanzino nuove politiche dell’Unione, fra le quali l’immigrazione e consistenti investimenti in Africa che l’Italia (perfino questo governo) si sforza di richiedere ai partner europei. Ma non è su questa materia che l’incontro di Milano fra i due leader potrà sanare un contrasto oggettivo fra i nostri interessi di bilancio e quelli dell’Est Europa. Il vero obiettivo di Orbàn è ideologico: affossare la democrazia liberale e rimettere al suo posto come criterio guida l’identità cristiana. Sembra di ritornare al Medioevo (prossimo venturo). In diversi discorsi, fra cui uno recente in un campo estivo di ungheresi in Romania, Orbàn ha sottolineato con forza che oltre a dare l’addio all’ideologia globalista liberale bisogna avere il coraggio di dichiarare che la democrazia basata sul concetto di cristianità non è liberale! Anzi, ha aggiunto, «potete anche dire che è illiberale».

Ed in effetti nei lunghi anni in cui ha governato, questo autocrate dell’est è riuscito a mettere sotto controllo il potere giudiziario, in spregio alla teoria democratica dell’equilibrio di poteri; ha limitato enormemente la libertà di stampa facendo morire i giornali di opposizione; infine ha colpito una delle maggiori università del paese, creata subito dopo la fine del giogo sovietico, per la sola ragione di essere sostenuta dal finanziare di origine ungherese George Soros. Insomma è riuscito a creare un modello di democrazia illiberale in Ungheria. Modello che l’ambiziosissimo Orbàn vorrebbe trasferire nell’UE: mantenendola in piedi, ma trasformandola in un baluardo della Cristianità contro i nemici esterni, i musulmani, e interni, le odiate elites liberali. Insomma questo è il personaggio tanto ammirato da Salvini e con cui il «nostro» vorrebbe concorrere a rovesciare la maggioranza filo-europea e democratica dell’attuale Parlamento europeo.

È una compagnia, quella dei nuovi nazionalisti europei, che conta ormai diversi appoggi all’interno di quasi tutti i paesi dell’Unione e che fino ad oggi era stata guidata dall’Ungheria e dalla Polonia, cui si è aggiunto inaspettatamente quell’estremista di Stephen Bannon, ex anima nera di Trump, ormai insediatosi a Bruxelles per sostenere la campagna elettorale delle destre xenofobe e nazionaliste europee. Che a questa bella e istruttiva compagnia si aggreghi un ministro in carica del governo italiano lascia un grande amaro in bocca. Anche perché l’Italia, a differenza dei paesi di Visegrad, che male hanno digerito il disegno politico di integrazione europea, è uno dei fondatori dell’Unione e, fino a non molti anni fa, uno dei pilastri di questa Europa democratica e liberale.

Oltretutto, al di là delle simpatie politiche fra i due, non si capisce in base a quale logica sia nell’interesse dell’Italia appoggiare le iniziative europee dell’autocrate di Budapest: non accetta i ricollocamenti di poche decine di rifugiati in provenienza dal nostro paese; non è interessato a sostenere economicamente i paesi dell’Africa, da cui provengono gran parte degli immigrati; drena enormi risorse comunitarie anche grazie ai nostri contributi all’UE e non vuole cambiare le prospettive del futuro bilancio UE. Eppure Salvini va avanti imperterrito, spinto solo dalla propria ambizione personale e dalla speranza di ottenere una grande affermazione elettorale che gli potrà aprire la strada verso un futuro luminoso in Italia. Peccato che questa pessima compagnia europea, da Orbàn alla Le Pen, non faccia altro che accentuare i suoi atteggiamenti da caudillo nazionale. Dal temporaneo sequestro dei rifugiati su una nave della guardia costiera italiana in un porto italiano (!) alla minaccia di riformare la magistratura non appena raggiunto dall’iscrizione nel registro degli indagati, sono tutti atti che stanno ad indicare intolleranza verso la democrazia e il senso dello stato.

Una via già percorsa dal suo camerta Orbàn e che non promette nulla di buono per il nostro paese. Stupisce, alla luce di queste considerazioni, dovere constatare la grande popolarità di questo personaggio. Gli applausi scroscianti ricevuti a Pinzolo per le frasi di sfida di Salvini ai magistrati e per il ritornello sull’Unione cinica e bara lasciano interdetti. Perfino nella terra di De Gasperi e in una provincia modello di solidarietà e volontariato il virus dell’intolleranza e della chiusura agli altri sembra trovare molti sostenitori: il che non rappresenta un buon segnale per il futuro della nostra democrazia.

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