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La Grande Guerra tra spie e traditori

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«Il soldato di cavalleria Giorgio Carpi e il marinaio Achille Moschini, ritenuti responsabili di tradimento a norma dell’articolo 71 Codice Penale per l’Esercito… sono stati condannati alla pena di morte con la fucilazione nella schiena, previa degradazione».

Furono loro – secondo il dettato giudiziario – ad affondare la mattina del 27 settembre 1915 nel porto di Brindisi, la corazzata Benedetto Brin collocando fra le munizioni della «santabarbara» un ordigno esplosivo ad orologeria ricevuto a Zurigo da un ufficiale austriaco. Ancora oggi si sostiene che la Regia Nave Brin saltò in aria per l’autocombustione della balistite o la decomposizione della polvere B avvenuta nel deposito delle munizioni; fu solamente nell’estate del 1918 che filtrò la notizia di un processo davanti al Tribunale Militare di Roma contro quattro imputati di spionaggio e tradimento.

Il dibattimento cominciò l’8 luglio di quell’anno e si concluse il primo agosto del 1918 con la condanna alla pena di morte di due imputati e l’ergastolo per un terzo accusato mentre un quarto imputato veniva assolto. C’è una nota del cancelliere: «Il presidente avverte i tre condannati che hanno tempo fino a domani per ricorrere al Tribunale Supremo. Allora soltanto Moschini, mentre i Reali Carabinieri gli mettono i ferri, grida l’innocenza trionferà… Carpi rimane silenzioso… è diventato terribilmente pallido alla lettura della sentenza». La ricostruzione più autorevole del processo è del colonnello Luciano Salerno, uno dei fondatori del «Comitato 18 Settembre» che ha ricostruito il colpo di mano fallito a Carzano in Valsugana. In quel giorno nell’autunno del 1917, per il tradimento di un ufficiale dell’esercito austro ungarico, il Regio Esercito sarebbe potuto arrivare a Trento, evitando la disfatta di Caporetto.

Sulla Regia Nave Benedetto Brin erano imbarcati 934 marinai: morirono in 456 con il contrammiraglio barone Ernesto Rubin de Cervin e il comandante della corazzata, il tenente di vascello Luigi Fara Forni; varata nel 1901 dislocava 13.430 tonnellate, era lunga 130 metri e armata con 12 cannoni da 152.  Quello fu il primo di una lunga e sanguinosa catena di sabotaggi compiuti dalla rete di spionaggio austro tedesca ben radicata nel Regno d’Italia.

Negli atti processuali si legge che «il Carpi, a proprio sgravio, pur ammettendo l’intelligenza col nemico, esclude l’intendimento di tradire la Patria, affermando di aver voluto solo trar profitto dalle promessegli somministrazioni di danaro» e dichiarò «di aver portato seco dentro una valigia e seguendo certe modalità suggeritegli a Zurigo, le macchine infernali».

Altre bombe a tempo fecero saltare allo scalo ferroviario di La Spezia un vagone carico di dinamite causando 265 morti, affondarono la corazzata Leonardo da Vinci all’ancora nel Mar Piccolo di Taranto, poi il piroscafo Etruria a Livorno, distrussero un hangar di dirigibili ad Ancona e sabotarono la centrale idroelettrica di Terni bloccando l’acciaieria.

Attentati devastanti che costellarono l’autunno del 1915; stragi ovviamente poco pubblicizzate in Italia e attribuite a fatalità.
Un sabotatore, arrestato in fragranza di reato, prima di essere fucilato e nella speranza di salvarsi, raccontò che gli organizzatori degli attentati si trovavano nel consolato generale austriaco di Zurigo in un edificio al numero 69 delle Bahnhofstrasse e indicò le somme del tradimento.

Gli austriaci pagavano trecento mila lire per la messa fuori uso di un sommergibile e un milione per una corazzata affondata. Si scoprì che l’organizzazione era guidata da Rudolph Mayer, ufficiale dell’Imperial Regia Marina austriaca che gestendo somme enormi di denaro, aveva creato una rete di sabotatori fra marinai italiani. Così nel febbraio del 1917 i servizi segreti della Marina italiana compirono forse l’unica operazione di spionaggio, individuando a Zurigo la rete dei sabotatori e degli informatori fra i quali – ma la notizia non ha mai trovato conferma – c’era anche il direttore del giornale «Il Risveglio Austriaco» della Regia Fortezza di Trento.

Così nella notte fra il 20 e il 21 febbraio del 1917, quella del Martedì Grasso, ufficiali della Regia Marina accompagnarono uno scassinatore, prelevato dal carcere di Napoli, nella sede del consolato austriaco. La cassaforte venne aperta, si trovarono le liste delle spie e dei sabotatori che operavano in Italia – erano più di quaranta – che vennero arrestati.

Alcune condanne a morte non vennero eseguite; è certo che quella di Giorgio Carpi venne commutata in ergastolo e a guerra finita, scarcerato. Rimane una certezza: quegli attentati vennero commessi da scellerati traditori italiani pagati dal nemico. Si narra che nella cassaforte svaligiata gli italiani lasciarono un biglietto con la scritta: «I pifferai vennero per suonare e furono suonati» e la vicenda del «Colpo di Zurigo» entrò nelle italiche leggende sulla Grande Guerra.

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