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Montagna, montanari e progresso

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I quarant’anni trascorsi dalla protesta delle popolazioni della Val Rendena contro l’apertura di cave per l’estrazione dell’uranio offrono l’occasione di riflettere sul pesante tributo che i montanari delle Alpi – ma non solo – hanno dovuto o rischiato di pagare al progresso, i cui benefici finali erano destinati ad altri. Le Alpi, fin dall’antichità, hanno rappresentato un grande giacimento di materie prime e, come scriveva lo storico francese Fernand Braudel, sono state «una fabbrica di uomini per essere usati da altri uomini».

Di queste grandi risorse, ben poche sono ritornate alle genti delle terre alte. La cultura moderna ed i suoi modelli di civilizzazione hanno incominciato a far breccia in Occidente nel XVIII secolo - il Settecento - allorquando la montagna incomincia ad essere idealizzata da parte delle culture cittadine.  Nasce il «mito del buon selvaggio», unica possibilità concessa agli uomini,  da parte degli intellettuali del tempo, di riscattarsi nei confronti della nascente civiltà corruttrice. Il pensatore che codificò queste nuove idee in un sistema organico fu Rousseau, oggi tornato politicamente in auge. Egli affermava perentoriamente che: «ogni cosa degenera nelle mani dell’uomo».

La demonizzazione della tecnica e del progresso sono la conseguenza di tale mitologia e la difesa della natura selvaggia diventa la nuova frontiera liberatoria. Non è casuale che tale enfatizzazione trovi le proprie scaturigini nelle realtà a forte urbanizzazione - del suolo e delle menti - e dove la perdita di natura ha generato nuovi bisogni declinati in maniera fondamentalista. Tuttavia, lo sfruttamento della montagna da parte della moderna società tecnocratica ha operato in una sola dimensione, lasciando gli abitanti della montagna esclusi dai benefici derivanti dall’impiego delle sue risorse. Se così non fosse stato, non avremmo avuto l’abbandono della montagna soprattutto nelle aree più vicine ai grandi poli industriali.

La ricerca dell’uranio ha conosciuto, in altri settori delle Alpi, momenti di grande interesse economico. Sappiamo infatti che, nelle Alpi Marittime e Liguri, vi sono gruppi montuosi dove questo minerale è presente in proporzioni rilevanti. Basti pensare che, a inizio Novecento, la scienziata Maria Curie si recò nella zona di Lurisia (valli di Mondovì, provincia di Cuneo) per condurvi alcune campagne di ricerca. Proprio queste valli del versante piemontese delle Alpi Liguri sono conosciute da molto tempo per la presenza di uranio. La Besimauda o Bisalta, cima che sovrasta la città di Cuneo e ne identifica lo skyline, è considerata la montagna dell’uranio per eccellenza. Sempre in quelle valli, soprattutto nel territorio del Comune di Roburent, la convivenza con terreni ricchi di quel componente si lega ad una memoria storica consolidata. Un grande rischio è stato corso, però, negli anni Settanta del secolo scorso nello stesso periodo in cui si manifestò l’interesse per la Val Rendena. Mi riferisco al progetto di apertura di miniere di uranio a cielo aperto nella Valle delle Meraviglie, il cui nome è già tutto un programma.

La Valle delle Meraviglie, così denominata dallo scienziato inglese Clarence Bicknell, è una laterale della Valle Roya nelle Alpi Marittime. A partire dal 16 Settembre 1947, a seguito del Trattato di pace fra Italia e Francia, la valle appartiene alla Repubblica transalpina. Qui si trova la più antica concentrazione di incisioni rupestri (oltre 35.000) dell’Età del Rame e del Bronzo, scoperta casualmente dallo scienziato inglese e riprodotta in calchi presso l’Istituto Internazionale di Studi Liguri di Bordighera ed il Museo di Tenda. Un patrimonio di inestimabile valore che rimanda alla montagna sacra degli antichi popoli liguri - il Monte Bego - ed appartiene ad un’area alpina candidata a diventare Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Sabato 4 agosto ho avuto l’onore di contribuire alla presentazione del dossier di questa candidatura presso il Teatro del Casinò di Sanremo in compagnia di Cesare Micheletti, architetto di Trento e consulente della Fondazione Dolomiti-Unesco e del progetto «Alpi del Mediterraneo». Un territorio, quest’ultimo, di valore unico ed eccezionale quanto le Dolomiti. Esso si sviluppa su di un dislivello compreso fra i 3.297 metri della Cima Argentera e i quasi 3.000 metri sotto il livello del mare. Un mare classificato dai geologi di tipo «oceanico ligure» con i ghiacciai più vicini alla costa (30 km circa in linea d’aria) di tutta la fascia temperata europea. Possiamo immaginare quali conseguenze sarebbero derivate all’ambiente ed agli abitanti dall’apertura delle cave di uranio a cielo aperto.

Le rimostranze delle popolazioni italiane e francesi sono valse a far cambiare idea ai progettisti. Ricordo di aver partecipato personalmente alla marcia di protesta lungo i crinali di quelle montagne insieme con i valligiani e con gli escursionisti delle sezioni locali del Club alpini italiano, francese e monegasco. Se dalla ricerca dell’uranio ci spostiamo al comparto idroelettrico dobbiamo registrare come la risorsa del carbone bianco non abbia risparmiato le Alpi in tutta la loro estensione. Fatta salva la necessità di disporre di energia pulita per sostenere la crescita economica ed impedire la decrescita (di cui talvolta di sente irresponsabilmente celebrarne l’apologia), resta il fatto che il problema non riguarda la rinuncia alla produzione di energia ma, piuttosto, le modalità di realizzazione di determinate opere. Mi riferisco al prezzo pagato dagli abitanti di alcune comunità alpine che hanno dovuto assistere impotenti alla sommersione delle loro case e dei loro averi. Nella nostra Regione, villaggi come Curon Venosta (Graun in Vinschgau) al Passo Resia o come Stramentizzo in Val di Fiemme sono stati inesorabilmente condannati a morte. Relativamente ad altre valli voglio ricordare i villaggi walser di Morasco e Agàro nell’Ossola Superiore (Formazza e Antigorio). Che dire poi dello scampato pericolo per l’imbrigliamento delle acque della Sarca in Val di Genova o dei laghi di Cornisello in Val Nambrone? Inoltre, non possiamo dimenticare disastri annunciati - causa di tante vittime innocenti - come quello della diga del Gleno nella Valle bergamasca di Scalve (anno 1923), del Vajont tra Friuli e Veneto (anno 1963), di Stava in Val di Fiemme (anno 1985).

Anche in questi casi sono stati i montanari a pagare il conto del progresso senza averne i benefici di ritorno. Tuttavia le nuove tecnologie, accompagnate ad adeguate sensibilità, possono invertire tendenze perniciose e porsi al servizio degli abitanti della montagna contrastando lo spopolamento. Non si tratta di assecondare una «cultura del non agire e del non fare» che, talvolta, affascina alcuni neo-romantici e sognatori dei nostri giorni. Si tratta, piuttosto, di rendere i montanari partecipi di quei benefici - sostenibili e durevoli - di progresso dai quali sono stati esclusi per troppo tempo. Tecnologie de-materializzate come la banda larga ed ultra larga possono aiutare in tal senso. Per restare ancora in Val Rendena, ben vengano progetti come quello avviato dal Comune di Carisolo nei giorni scorsi, a cui faranno seguito altri progetti simili in Trentino: efficaci antidoti all’abbandono utili a favorire, tra le nostre montagne, quella coesione sociale di cui si avverte un grande bisogno.

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