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Battisti, il processo e il «signor carnefice»

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Le rare, per fortuna, immagini dei boia mentre stanno eseguendo il dettato della giustizia mostrano i loro volti totalmente privi di espressione. C’è una sola eccezione: quella davvero tremenda del sardonico sorriso di Josef Lang, destinata a restare indelebile nella memoria e nella storia degli orrori della Grande Guerra. Così grottesca che nei primi giorni del settembre del 2003, lo ha scritto il giornalista Franco De Battaglia sulle pagine del “Trentino”, il Presidente del Parlamento austriaco Andreas Khol, accogliendo una delegazione trentina guidata dall’allora presidente della giunta provinciale Lorenzo Dellai, dopo aver mostrato i seggi dove sedevano Alcide Degasperi e Battisti e ricordando che suo nonno era stato capo della gendarmeria a Riva del Garda nei giorni dello scoppio della prima guerra mondiale aveva detto: “Ogni volta che osservo le immagini dell’impiccagione di Cesare Battisti, mi rendo conto che quella è stata la pagina più nera dell’Austria”. Una frase che può anche essere interpretata come le scuse dell’Austria per quella esecuzione, non per la sentenza decretata a Trento che era retrovia del fronte, pronunciata in tempo di guerra dove ogni scelta giudiziaria era sempre un errore e un orrore, nei confronti di un personaggio – giornalista e parlamentare austriaco – che aveva tradito la sua patria ed era stato catturato in trincea con le armi in pugno, ma per quel beffardo ghigno di Lang, dei suoi aiutanti e dalla turba che si spingeva innanzi per comparire nella fotografia accanto al corpo senza vita dell’irredentista trentino in quel pomeriggio del 12 luglio 1916.

Forse per Herr Lang si può trovare una miseranda spiegazione, ma bisogna risalire all’autunno del 1900. Il giornale “il Popolo” diretto da Battisti aveva dato ampio spazio al processo che, iniziato lunedì 10 settembre 1900 vedeva imputato d’omicidio Florian Grossrubatscher, 26 anni, cattolico, celibe, di Stern oggi La Villa in val Badia, accusato d’aver ucciso a Rovereto Maria Alton e suo zio Giovanni Battista Alton anche lui della Val Badia, direttore del Ginnasio di Rovereto e residente in via Savioli all’incrocio con corso Rosmini, nel palazzo de Pasquali. Da sottolineare che la vicenda giudiziaria è stata puntualmente ricostruita e magistralmente narrata da Maurizio Panizza. Il giornalista ha scoperto l’intero carteggio processuale che si credeva perduto, nell’archivio del palazzo di giustizia di Rovereto e trovato le fotografie dell’imputato in manette permettendo la conoscenza di quella condanna a morte, l’ultima avvenuta nel Trentino prima della Grande Guerra. Da aggiungere che su quel delitto, Giuseppe Gottardi ha scritto un libro presentato di recente nella famosa libreria Arcadia di Rovereto con gli avvocati Mauro Bondi e Andrea de Bertolini chiamati ad analizzare il processo attraverso il fascicolo giudiziario che si doveva conservare fino al 1929 ma che vennero custodite in una cassaforte del Palazzo di Giustizia di Rovereto.

Fra la data dell’inizio del processo e quello della impiccagione del pluriomicida, il giornale di Cesare Battisti si era scagliato quasi quotidianamente contro le sentenze capitali e quegli articoli sono, probabilmente, i primi scritti nel mondo civile sulla pena di morte. Alcuni stralci: “Perdura ai giorni nostri in molti paesi cosiddetti civili, e perdura oggi in Austria, la pena di morte” e nell’articolo datato 11 settembre 1900 Ernesta Battisti Bittanti scriveva: “La profezia di Victor Hugo, che il secolo decimonono l’avrebbe ovunque abolita, non si è avverata” e ancora: “Mi dilungherei troppo se volessi notare quanto di modernità ci sia nelle opinioni criminologiche dello scrittore Hugo e che egli compendia nel motto: rifate la vostra penalistica, rifate i vostri codici, rifate le prigioni, rifate i giudici… Victor Hugo credeva che si poteva migliorare il popolo con il Vangelo, ma il Vangelo, monopolizzato dalla Chiesa, non è riuscito a dare, in venti secoli, né pane né educazione; non è riuscito a far sparire la miseria e il delitto dalla terra. A ciò provvederà il proletariato, con le epiche lotte che esso combatte al grido di pane e alfabeto. Da queste sole realtà avrà origine quella società su cui il patibolo non potrà più innalzare le sue funeste braccia”. Inoltre il giornale aveva pubblicato, a puntate, un racconto di Victor Hugo sulle ultime ore di un condannato a morte e Battisti aveva seguito il processo dettando telefonicamente la cronaca delle udienze dall’ufficio delle poste di Rovereto alla redazione. Da aggiungere che lo svolgimento del processo scritto da Battisti è uno dei primi (forse il primo?) caso di cronaca giudiziaria comparsa su quotidiani trentini.

La sentenza è di condanna a morte mediante capestro; il difensore invoca la clemenza e si augura che “il Sovrano che festeggia i 70 anni, sarà lieto di esercitare il suo diritto di grazia”. Ma il 18 novembre Francesco Giuseppe firma un dispaccio per informare che “Sua Maestà l’Imperatore, con suprema risoluzione, determina di lasciar libero il corso della giustizia e che l’esecuzione della pena di morte avverrà senz’altro nella giornata di domani 19 cm ad ore 7 ant.”

Avvenne l’esecuzione, ma non fu perfetta perché la morte di Grossrubatscher non fu istantanea. Il trapasso durò 90 secondi, Battisti lo raccontò con una cronaca perfetta; fece capire che “il signor carnefice”, così lo chiamò il presidente dell’i.r. Tribunale di Rovereto ordinandogli “di compiere la sua funzione”, aveva sbagliato qualche cosa. Certamente il giornale venne letto a Vienna e, forse, Herr Lang venne rimproverato e quando in quel pomeriggio del 12 luglio si trovò ai piedi del suo tragico arnese l’alto traditore – così Battiti venne definito dallo storico tirolese Claus Gatterer – ricordò quell’articolo, il rimprovero – forse - subito e con quel sorriso consegnò la sua vendetta fissata nella famosa fotografia.

(5 - Continua )

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