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Battisti e l'offensiva austriaca

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«Quando il 15 di maggio del 1916 l’attacco austriaco si scatena improvviso con la violenza dell’uragano che tutto travolge, il centro della nostra difesa, sorpreso, flagellato dal fuoco sterminatore dell’avversario che ha sconvolto tutte le organizzazioni difensive, è costretto a ripiegare in disordine. Le truppe di vicino rinforzo sono in breve divorate nella difesa estrema… L’effetto schiacciante del fuoco delle masse d’artiglieria nemica abbatte ogni ostacolo… e la ritirata, ricca di episodi di valore, irrorata da molto sangue, punteggiata di cadaveri continua». A scrivere queste frasi è Cesare Pettorelli Lalatta Finzi, che guida l’ufficio informazioni della Prima Armata l’ufficiale che portò Cesare Battisti dal fronte di Loppio a Forte San Procolo in Verona quindi dalla prima linea troppo pericolosa per il deputato austriaco a quel forte costruito dall’Austria dove venivano trasferiti disertori e prigionieri dell’esercito di Francesco Giuseppe pronti a collaborare. Ci si accorge che i cannoni italiani hanno scarsa gittata; c’è la ritirata dal Col Santo dove due battaglioni della Territoriale si arrendono senza combattere e la sera di venerdì 19 maggio Battiti scrive alla moglie: «La difesa è così pronta che ogni ragione di scoramento scompare».

A guerra finita si pensò che Battisti scrisse quella frase obbedendo agli ordini «di non lasciar correre notizie allarmanti» ma nello stesso tempo abbia cominciato a dire che l’ufficio informazioni della Prima Armata aveva inutilmente avvertito il comando supremo mentre qualcuno ricorda che la sera del 13 maggio, alla mensa ufficiali, Luigi Cadorna aveva detto «ho i miei riveriti dubbi» sull’offensiva austriaca. Il 22 maggio Battisti scrive alla moglie «…. ad offensiva incominciata, sono sempre in viaggio o in Valsugana o sugli altipiani» poi il 26 maggio le comunica: «Al mio ritorno [a Verona] ho trovato ordini precisi. La compagnia che mi è affidata arriverà a Verona da Arzignano domani».

Fra i soldati di quella compagnia, due tradiranno Battisti. Disertando, indicheranno agli austriaci che «andrio c’è Cesare Battisti e anche il maggiore» e gli austrici si preparano a catturare il deputato traditore.  
E’ certo che Battisti presentò domanda di andare in prima linea il giorno 9. E la domanda venne subito accolta. Sarebbe bastato un ordine verbale per bocciarla, ma non venne dato e a guerra finita i superiori di Battisti – a cominciare da Luigi Cadorna – si prodigarono per affermare che non avevano potuto dire di no all’irredentista. Scrisse Ernesta Battisti Bittanti: «Nel 1925 io mi incontrai con Luigi Cadorna in casa Placci a Firenze. Al mio entrare nella sala, annunciata dal padrone di casa, mi venne incontro per primo Cadorna con la frase: quando Battisti venne al Comando, io ero assente. Portata dalla mia convinzione che i mancati incontri fossero stati la causa dei mancati provvedimenti, altro non disse che fatalità». Tullio Marchetti divenuto generale scrisse «a Donna Ernesta» una lunga lettera (pag.387-388 di Epistolario, Tomo secondo) nella quale si legge: «Rivivo le tragiche giornate che precedettero la grande offensiva austriaca che fu ad un pelo di sommergerci. Assieme al Martire ho vissuto ore d’angoscia dinanzi alla cocciuta incredulità del nostro Comando Supremo».

Aggiunse Marchetti. «Dopo la visita al generale Porro rimasto impressionato e persuaso dal discorso di Battisti» – ma Porro non avvertì Cadorna – «lo incontrai nel suo stanzino dell’Ufficio Informazioni della Prima Armata a Verona… lo trovai avvilitissimo. Lo rividi spesso sino a quando volle partire per il fronte ed a nulla valsero le mie esortazioni perché restasse al mio Ufficio, dove poteva rendere inestimabili servizi». Marchetti era il suo superiore. Se Battisti era così utile bastava ordinargli – un semplice ordine verbale – di restare.
Il prof. Livio Florio da Rovereto, anche lui del Servizio Informazioni (ma, forse, non aveva l’autorità per intervenire con ordine militare, nda) scrisse il 15 marzo del 1952 che «Egli espresse e ripeté la decisione di ritornare, pur che sia, fra i Suoi Alpini in linea, essendo il Suo nome e il suo compito, quello di dare l’esempio e di trovarsi in mezzo alla lotta» aggiungendo che il Trentino «ha irrimediabilmente perduto l’uomo che tanto avrebbe potuto fare nel triste dopoguerra e relative catastrofiche conseguenze» toccando, sia pure di sfuggita, la tragedia del Trentino che venne proclamato redento. Anche Cesare Pettorelli Lalatta Finzi avrebbe potuto, con un solo ordine, trattenere Battisti. Né si può pensare che un personaggio come il Deputato austriaco per la città di Trento venne mandato al fronte all’insaputa del generale Guglielmo Pecori Giraldi che aveva preso il comando dell’Armata dopo il siluramento di Brusati, di Cadorna e Porro.

Forse si volle allontanare il testimone scomodo, il socialista, il repubblicano che aveva fama di tribuno, che era conoscitone nel mondo del giornalismo, che avrebbe potuto raccontare perché gli austriaci furono sul punto di sconfiggere il Regio Esercito piombando da Luserna a Schio e nella pianura veneta. Si temeva un’inchiesta della magistratura militare? Forse c’è ancora qualche cosa da scoprire. Marchetti scrisse: «Riguardo al carteggio battistiano ricordo perfettamente che il comando dell’Armata raccolse tutte le carte da lui scritte… Nel dopoguerra saranno finite nell’archivio storico di Roma, archivio camaleontico e soggetto a clausura, da quanto mi dicono».

(4 - Continua)

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