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«Rossi, posizione discutibile sul gay pride»

Il presidente di Amnesty International attacca

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«Il diritto all’orientamento sessuale non è scontato neppure in Italia, così come non lo è in Europa e in altri Paesi in cui, addirittura, i comportamenti sessuali sono puniti con pesanti pene detentive che arrivano fino alla pena di morte. La presa di posizione di Ugo Rossi sul mancato patrocinio al Dolomiti Pride mi sembra dunque discutibile: i Pride ovunque nel mondo sono sostenuti da Amnesty perché rappresentano uno strumento per affermare un diritto, ed è ancora fondamentale affermare i diritti delle persone Lgbt. In aggiunta, la libertà di espressione, se non lede i diritti di altri, va garantita e non è compito delle istituzioni valutare la qualità di quella espressione, o se quella espressione sia conforme».

Queste le parole di Antonio Marchesi , presidente di Amnesty International Italia e professore di diritto internazionale, presente ieri pomeriggio presso la Facoltà di Giurisprudenza per la divulgazione del Rapporto Annuale 2017-2018 di Amnesty.


Un commento che arriva a un mese di distanza dal Dolomiti Pride, previsto per il prossimo 9 giugno a Trento, e che si inserisce all’interno di una vasta panoramica fatta dal presidente sulle «questioni concernenti i diritti civili, attraverso un Rapporto 2017-2018 che si potrebbe definire, dando rilevanza ad un profilo geo-politico, un atlante delle violazioni dei diritti umani nel mondo».

Violazioni che Amnesty ha raccolto e verificato, riunendole in 159 voci. Voci che raccontano, anno dopo anno, una verità articolata e complessa in cui la chiave di lettura predominante, come evidenziato da Marchesi, è quella dell’odio. «Il tema dell’odio - spiega il presidente - è dominante in molti Paesi: avvelena la vita pubblica, la convivenza civile, fino ad arrivare al vero e proprio crimine di odio di persone appartenenti a determinate categorie, per lo più vulnerabili, strumentalmente presentate come un problema e una minaccia da evitare». Una problematica già presente nell’ultimo biennio ma che, a livello mondiale, sta «rischiando di cristallizzarsi e procedere verso una pericolosa normalizzazione delle discriminazioni nei confronti di minoranze etniche, migranti o persone Lgbt».


Una retorica divisiva presente nei discorsi dei leader mondiali riassumibile in un «noi contro loro», ma anche un «noi contro chiunque si metta di traverso», ravvisabile, per esempio, nel Muslim Ban e negli atteggiamenti xenofobi dell’amministrazione Trump, nella «legge sulla propaganda omosessuale» che perseguita le persone Lgbt in Russia o nella campagna militare di pulizia etnica contro i Rohingya in Myanmar.


Tale discorso sull’odio si interseca con altre chiavi di lettura delineate da Amnesty quali le libertà civili, le ingiustizie sociali, i crimini internazionali e le politiche migratorie, in uno scenario mondiale «decisamente cupo ma all’interno del quale, forse, c’è un barlume di speranza». «L’odio e la discriminazione, da un lato, la privazione di beni essenziali dall’altro, sembrano aver spinto più persone ad alzare la voce e a protestare, nonostante le limitazioni gravi delle libertà di espressione, associazione e manifestazione. Osserviamo la crescita di un movimento di vecchi e nuovi attivisti impegnati in campagne per la libertà e la giustizia che fanno sperare che lo scivolamento verso l’oppressione possa essere fermato», osserva in conclusione Antonio Marchesi.

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