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Scontro sui dieci anni di residenza in Trentino. Sindacati duri: «Una sparata propagandistica»

Dubbi di costituzionalità: norme simili bocciate due volte

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«Il requisito di dieci anni di residenza per accedere alla casa Itea e alle altre forme di contributo pubblico è l’ennesima sparata propagandistica di una giunta in perenne campagna elettorale, capace solo di scimmiottare le sparate del proprio padre-padrone romano. Nel 2014 ci aveva già provato la Valle d’Aosta ad innalzare ad 8 anni il requisito della residenza e la Corte Costituzionale sancì l’incostituzionalità del provvedimento in quanto determinava “un’irragionevole discriminazione sia nei confronti dei cittadini dell’Unione” sia per i “cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo”». Alessio Manica, consigliere provinciale del Pd si scaglia contro la scelta della giunta provinciale si alzare a 10 gli anni di residenza per chi deve accedere al welfare provinciale (casa Itea, assegno unico provinciale e così via).

E avvisa che «un’eventuale decisione della giunta in questa direzione rischia solo di costare ai contribuenti e di creare caos normativo. L’idea è inoltre sbagliata in se, perché creerebbe solo nuove discriminazioni, nuove povertà, nuovi esclusi e quindi maggiore insicurezza sociale. Stessa cosa dicasi per l’idea di ridurre l’impegno sul Progettone, politica unica nel panorama nazionale che ha garantito negli anni un’importantissima rete di protezione soprattutto per i trentini in difficoltà. Depotenziare questa iniziativa, per altro in un momento in cui i dati economici restituiscono concretamente il rischio di una nuova recessione, è sintomo di miopia. Il rischio, anche qui, è di creare nuove sacche di povertà e di esclusione. Un territorio può crescere solo se è solidale e se nessuno resta indietro. Per altro apprendiamo che il “governo amico”, dopo aver “scippato” 70 milioni ai trentini con la complice connivenza di Fugatti e giunta, non consentirebbe nemmeno di poter reinvestire eventuali risparmi ottenuti dal depotenziamento del Progettone» conclude Manica. Per Paolo Ghezzi di Futura2018 con la decisione di alzare a 10 anni il requisito di residenza per accedere al welfare trentino, la Provincia passa «da modello di inclusione a modello di discriminazione, che brutta svolta, per il Trentino».

Critici anche i sindacati. Per Franco Ianeselli segretario provinciale della Cgil se la «nuova giunta propone i 10 anni di residenza in Trentino per accedere al welfare. Oggi sono 3 per l’accesso e nel caso dell’edilizia pubblica (Itea) gli anni di residenza concorrono ad aumentare il punteggio per la graduatoria. Criteri di accesso possono essere introdotti, ma devono appunto essere ragionevoli». «Apprendo però che secondo l’autorevole opinione del presidente Fugatti - sottolinea Ianeselli - un decreto del governo in carica, introducendo i 10 anni di residenza per il reddito di garanzia, supera in scioltezza le sentenze della Corte costituzionale e della Corte di Giustizia europea. Vorrei che i giuristi che operano in Trentino si facessero sentire. Mi aspetto che i dirigenti provinciali facciano il loro dovere, segnalando con chiarezza quel che si prospetta essere illegittimo».

«Dall’ultimo Bilancio Sociale Itea 2017 risulta - sottolinea invece Walter Alotti, segretario provinciale della Uil - la presenza di 567 nuclei assegnatari stranieri “extracomunitari” (5,6%) e 273 nuclei comunitari non italiani (2,8%) su 9.782 famiglie di inquilini totali, mentre sono 3.492  i nuclei di adulti sopra i 65 anni (35,7)%. Quindi anche sommandoli, il totale degli stranieri si attesta sull’8,6 per cento del totale, di fatto in linea con l’incidenza degli stranieri residenti oggi in Italia (8,3 per cento). L’allarme sulle presenze straniere nelle case pubbliche appare quindi fortemente esagerato, con chiare motivazioni politiche». Per risolvere i nodi dell’accesso alla casa, dice la Uil, serve «rimettere in circolo i tanti alloggi sfitti».


 

LA SCHEDAPer due volte la Corte costituzionale si è dichiarata contro l'eccessivo numero di anni di residenza richiesti per accedere ad aiuti pubblici regionali. La più "antica" è la 168 del 2014 e riguarda la Valle d'Aosta che aveva posto 8 anni di residenza come minimo per poter entrare nelle case popolari. 
La Corte, si legge nella sentenza, «dichiara l'illegittimità costituzionale» «della legge della Regione autonoma Valle d'Aosta 13 febbraio 2013, numero 3 (Disposizioni in materia di politiche abitative), nella parte in cui annovera, fra i requisiti di accesso all'edilizia residenziale pubblica, quello della "residenza nella Regione da almeno otto anni, maturati anche non consecutivamente"». Nella sentenza si legge poi che «ai cittadini dell'Unione deve essere garantita la parità di trattamento rispetto ai cittadini degli Stati membri» e quelli di Paesi extraeuropei «godono dello stesso trattamento dei cittadini nazionali».

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