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La ricetta di Cottarelli

per guarire l'Italia

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Equità nei punti di partenza, perché tutti possano avere pari opportunità e l'ascensore sociale in Italia, bloccato da anni, possa tornare a funzionare. La invoca Carlo Cottarelli, il professore di economia recentemente chiamato dal presidente Mattarella, per tentare la nascita di un governo tecnico.
Cottarelli presenterà il suo ultimo saggio «I sette peccati capitali dell'economia italiana» (Feltrinelli) domani alle 17, a Lavarone (Centro congressi), nell'ambito della rassegna «Incontri d'autore», organizzati dalla Biblioteca comunale «Sigmund Freud» di Lavarone.

Su quale dei «sette peccati» si dovrebbe intervenire prima?

Si potrebbe intervenire rapidamente con la riduzione della burocrazia. C'è un evidente eccesso di burocrazia e per ridurla non occorrono soldi pubblici, anzi probabilmente comporterebbe un risparmio. È un problema molto serio: la burocrazia è un costo per le imprese italiane e ne riduce la redditività e quindi l'incentivo agli investimenti. Abbassa la competitività rispetto a paesi dove c'è meno burocrazia e comporta maggiore lentezza nelle decisioni d'impresa. È un ostacolo fondamentale nel rapporto tra il cittadino e la pubblica amministrazione.

Come valuta i provvedimenti economici presi o ipotizzati fino ad ora dal governo Conte?

Non è stato fatto molto in campo economico. C'è stato il decreto dignità che ha alcuni aspetti positivi: la lotta alla ludopatia è certamente un obiettivo nobile. Ma è evidente che il decreto ha creato qualche problema in più sul lavoro. È vera la necessità di ridurre la percentuale di contratti di lavoro a termine, però per farlo bisogna avere condizioni di crescita stabile nell'economia che non si ottiene con un decreto legge. Prolungando i contratti a termine si rischia di perdere una gran quantità di posti di lavoro. Detto questo è presto per dare un giudizio complessivo sulla azione di governo: non sono chiari gli obiettivi di finanza pubblica per i prossimi anni. Volendo fare una ulteriore critica: se magari, in termini di obiettivi, fossero stati annunciati i numeri principali sul deficit, sulla spesa pubblica e sul totale delle entrate, prima della pausa estiva e non a settembre, si sarebbe ottenuta una rassicurazione dei mercati. Certo, dipende da cosa si annuncia. Ma il silenzio per ora inquieta.

Dove vede dei segnali positivi nell'economia italiana?

Negli ultimi anni l'andamento di alcuni settori delle esportazioni è andato bene. Ma c'è un problema strutturale: ci siamo adattati male all'euro. Ed è uno dei peccati di cui parlo: abbiamo perso competitività perché i nostri costi di produzione sono aumentati più che in altri paesi dell'unione monetaria. Altro segnale positivo è che siamo in crescita in termini di reddito pro capite.

Cosa significa per lei equità, in economia? 

Ha due significati: equità nei punti di arrivo, ma quella a cui tengo di più è l'equità dei punti di partenza. Indipendentemente da dove come o dove si nasca, ricchi o poveri, al Sud o al Nord, tutti dovrebbero avere la possibilità di partire allo stesso livello. In Italia l'ascensore sociale non funziona. Raggiungere l'uguaglianza nelle opportunità non mi pare sia l'obiettivo di nessuno degli attuali partiti politici rappresentati in parlamento. L'uguaglianza nei punti di arrivo non crea condizioni di miglioramento e di crescita, perché non stimola a migliorare la proprie condizioni di vita.

Il titolo del suo saggio richiama tematiche religiose: come commenterebbe il passo evangelico «è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel Regno dei cieli?

Il titolo si riferisce al fatto che di un peccato ci si può pentire. Rispetto alla frase evangelica: un ricco deve ricordarsi che è tale non solo per suo merito, ma spesso anche per fortuna. Dovrebbe ricordarsi di coloro i quali questa fortuna non hanno avuto.

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