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Il governo Conte ottiene la fiducia alla Camera

350 voti a favore, 236 contrari e 35 astenuti

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AGGIORNAMENTO :  «Il Parlamento ha dato la fiducia al Governo del Cambiamento. Da oggi pronti a lavorare per migliorare la qualità della vita degli italiani.» Lo scrive in un tweet il premier Giuseppe Conte pubblicando la foto dell’Aula della Camera con le scritte: «Fiducia ottenuta, inizia il Governo del cambiamento».

La proclamazione del risultato della votazione è stata salutata da un lungo e forte applauso della maggioranza in piedi e con un coro da stadio al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che veniva abbracciato dai ministri.

Con le dita, Conte ha fatto il gesto di restituire l’applauso ai deputati. Nella concitazione, una deputata di M5S è scivolata a pochi passi dal banco del governo.

Durante la discussione generale hanno annunciato il loro sì due deputati del Maie, Antonio Tasso e Catello Vitiello, e altrettanto hanno fatto nelle dichiarazioni di voto Salvatore Caiata, capogruppo del Maie e Vittorio Sgarbi, in dissenso dal suo gruppo, cioè Fi.

Il governo di Giuseppe Conte ha ottenuto nel voto di fiducia alla Camera quattro voti in più di quelli che i due gruppi di M5s e Lega gli assicurano.
A Conte hanno attribuito la fiducia 350 deputati, mentre M5s e Lega hanno in tutto 346 deputati: 222 M5s e 124 la Lega.


 

Il governo Conte ottiene la fiducia alla Camera con 350 voti a favore, 236 contrari e 35 astenuti.


 

«In materia di autonomia è stato riconosciuto che abbiamo già espresso sensibilità: addirittura abbiamo ormai Paesi che si sono sviluppati nel corso del tempo in direzione federativa, da noi il sistema è assai consolidato, come per le Regioni a statuto speciale che intendiamo conservare e valorizzare». Lo dice il presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella sua replica in Aula alla Camera.

«Anche in base all’art.116 terzo comma della Costituzione siamo sensibili al fatto che ci sono già in atto delle trattative Stato-regioni e faremo di tutto per assecondare e non ostacolare questi processi in atto e la possibilità di conseguire per alcune Regioni un regime di maggiore autonomia, tanto più che questi percorsi hanno una base di legittimazione in istituti di democrazia diretta».

 

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