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Siria, ancora bombe e morti

Foto simbolo del bimbo in valigia

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Il bollettino di guerra in Siria scandisce, giorno dopo giorno, il dramma dei civili che muoiono sotto le bombe o sono costretti a fuggire. Sono almeno trenta gli uccisi oggi dai raid governativi supportati dai russi nella Ghuta, e 150mila le persone costrette ad abbandonare Afrin, l'enclave curda bersagliata dai turchi.   

L'esodo da Afrin ha ormai assunto numeri quasi biblici, nella misura in cui le truppe di Ankara si preparano a chiudere la partita, dopo oltre due mesi di attacchi, per sradicare le milizie curde dell'Ypg, ritenute una minaccia alla sicurezza del confine. La fuga dei civili, 150mila da mercoledì, è resa possibile da un corridoio umanitario che al momento sembra reggere. Nel frattempo l'artiglieria ed i raid aerei turchi non smettono di colpire i loro obiettivi neanche durante la notte, secondo quanto hanno denunciato gli attivisti dell'Osservatorio Nazionale per i diritti umani. L'ong dell'opposizione basata a Londra tra l'altro ha accusato i turchi di aver colpito il principale ospedale della città, uccidendo almeno dieci persone tra cui due donne incinte. Ankara ha negato.   

 

Resta caldo anche il fronte della Ghuta, a est di Damasco, dove resistono i ribelli anti-Assad, che però sembrano prossimi alla resa. Sempre secondo l'Osservatorio, oggi i governativi hanno riconquistato una città-chiave, Kafr Batna, e gran parte della vicina Saqba. Anche in quest'area la fuga dei civili è imponente. Sarebbero oltre 40mila le persone che hanno lasciato le proprie case. I media internazionali da tempo immortalano le carovane di veicoli delle organizzazioni umanitarie con a bordo le migliaia di siriani in fuga. In questi giorni, sta facendo il giro del mondo la foto del bambino che dorme in una valigia, trasportato da un uomo, mentre lascia proprio la Ghuta: un'immagine simbolo di un paese a pezzi, da pochi giorni entrato nel settimo anno di guerra civile, e progressivamente diventato terreno di battaglia per jihadisti e potenze straniere, mentre nessuna iniziativa diplomatica o le risoluzioni dell'Onu riescono a mettere fine alla carneficina, che finora ha le dimensioni di oltre 400mila tra vittime e dispersi. A cui si aggiungono i milioni di sfollati.   

Così, mentre a Ginevra i negoziati sotto l'egida delle Nazioni Unite languono, ad Astana si riuniscono i principali contraenti regionali, Russia, Turchia e Iran. Ieri, nella capitale kazaka, si è registrato soltanto un generico impegno comune per ridurre le violenze sul terreno e garantire l'integrità territoriale della Siria. L'attesa, adesso, è per un vertice tra i leader del terzetto - Vladimir Putin, Recep Tayyip Erdogan e Hassan Rohani - previsto a Istanbul il 4 aprile.


Sono 47 i civili morti ieri ad Afrin, cittadina curdo-siriana nel nord-ovest della Siria, sotto i bombardamenti aerei turchi. Lo comunicano le autorità sanitarie locali, spiegando che 16 delle vittime sono bambini e 14 donne (tra cui 2 incinte). Colpito anche l'ospedale, con 15 morti. Secondo le stesse fonti, oggi un nuovo raid aereo ha bersagliato un convoglio di profughi che stava lasciando la città a causa dei bombardamenti: almeno 2 veicoli sono stati colpiti. Tutte le comunicazioni telefoniche ed internet con Afrin sono interrotte.


Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che le forze siriane alleate della Turchia hanno preso il controllo del centro di Afrin e cacciato i combattenti curdi. Per gli attivisti dell'Osservatorio nazionale per i diritti umani, i turchi hanno conquistato metà della città e sono in corso pesanti combattimenti.   L'offensiva turca contro l'enclave curda di Afrin va avanti da circa due mesi e ha costretto all'esodo almeno 150.000 civili. Secondo gli attivisti dell'Osservatorio Nazionale per i diritti umani, i turchi avrebbero colpito il principale ospedale della città, uccidendo almeno dieci persone tra cui due donne incinte, ma Ankara ha negato.

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