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L'Italia non fa più figli

fra 10 anni gli studenti

saranno la metà (e anche i prof)

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Una duplice sfida attende la scuola italiana nei prossimi dieci anni: saranno oltre un milione gli studenti in meno, mentre circa la metà gli attuali docenti andrà in pensione. Lo dice il Rapporto Ocse «Education at a Glance 2019», presentato oggi a Parigi. Lo studio evidenzia che l’Italia ha il corpo docente più anziano dei Paesi dell’Ocse (59% gli ultracinquantenni) anche se, grazie alle recenti assunzioni, questo rapporto è diminuito (dal 64% nel 2015 al 59% nel 2017) e che dovrà sostituire circa la metà dei prof entro i prossimi dieci anni, avendo la quota più bassa di insegnanti di età tra i 25 e i 34 anni. Inoltre il 78% dei docenti sono donne.
Un altro dato negativo del nostro Paese riguarda i neet: l’Italia registra la terza quota più elevata di giovani che non lavora, non studia e non frequenta un corso di formazione tra i Paesi dell’OCSE: il 26% dei giovani di età compresa tra 18 e 24 anni è neet, rispetto alla media OCSE del 14%. L’Italia e la Colombia sono gli unici due Paesi dell’OCSE con tassi superiori al 10% per le due categorie (inattivi e disoccupati) tra i 18-24enni. Inoltre, la Grecia e l’Italia sono gli unici Paesi in cui più della metà dei 18-24enni è rimasta senza lavoro almeno per un anno. Infine, in Italia, il tasso di giovani neet aumenta fino al 37% per le donne di età compresa tra i 25 e i 29 anni.
Il Rapporto svela anche però più di un dato positivo. Il primo è che in Italia tutti i giovani di età compresa tra i 6 e i 14 anni - l’età che copre la scuola dell’obbligo nella maggior parte dei Paesi dell’OCSE - sono scolarizzati. Non solo: la piena scolarizzazione (i tassi di scolarizzazione superiori al 90%) inizia prima nel nostro Paese, all’età di 3 anni, con un tasso di scolarizzazione del 94% tra i bambini di età compresa tra i 3 e i 5 anni, rispetto all’87% in media nei Paesi dell’OCSE. Inoltre, nelle scuole dell’infanzia il numero di bambini per insegnante si attesta a 12, rispetto alla media OCSE di 15.
L’altro elemento positivo che emerge dallo studio è che nel nostro Paese il conseguimento della laurea sta aumentando per le generazioni più giovani, sebbene rimanga relativamente basso.
Nel 2018 la quota di 25-64enni con un’istruzione terziaria era del 19% rispetto al 28% tra i 25-34enni. Gli adulti con un titolo di studio dell’istruzione terziaria in alcuni degli ambiti relativi a scienze, tecnologia, ingegneria e matematica (note come discipline Stem) registrano tassi di occupazione prossimi alla media OCSE: questo è il caso per le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (87%), ingegneria, industria manifatturiera ed edilizia (85%). Le donne laureate, in Italia, guadagnano in media il 30% in meno rispetto agli uomini (il 25% è la media nei Paesi Ocse).
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo evidenzia anche come l’Italia spenda poco per l’istruzione, circa il 3,6% del suo Pil dalla scuola primaria all’università, una quota inferiore alla media OCSE che è del 5% e uno dei livelli più bassi di spesa tra i Paesi dell’OCSE. La spesa è diminuita del 9% tra il 2010 e il 2016 sia per la scuola che per l’università, più rapidamente rispetto al calo registrato nel numero di studenti. «Fino a quando la politica continuerà a essere miope e a considerare le voci di bilancio riguardanti l’istruzione come una spesa invece che come un investimento, al nostro Paese mancheranno basi solide su cui costruire il futuro», commenta Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli Insegnanti.

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