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Troppi ignoranti di parte

Cesare Battisti da studiare

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Leggo un intervento su Cesare Battisti pubblicato dal consigliere provinciale dei 5 Stelle Filippo Degasperi e una lettera all'Adige di Marco de Tisi apparsa il 7 agosto: opposte le sponde ideologiche, identica la disinformazione e la superficialità. Degasperi si concentra sulle vicende della condanna e dell'esecuzione di Battisti.

Degasperi dipinge ancora un'Austria che gronda sangue dalle fauci, come negli anni '20. Mi chiedo, che credibilità può avere chi ci racconta nel 2017 che il boia Josef Lang «vuole che Battisti soffra»? Cattivo fino all'ultimo, questo Lang! Cattivo perché «invece di un patibolo utilizza per l'esecuzione una sorta di garrota»! Peccato che, volenti o nolenti, quello fosse lo strumento utilizzato lungo tutto l'Ottocento dall'Austria per le condanne capitali; se ne può anche, volendo, «ammirare» uno al Wiener Kriminalmuseum. Pensare che il boia avesse la libertà di prendere iniziative in una questione tanto delicata come un'esecuzione capitale (addirittura scegliendo fantasiosamente il metodo che più gli aggradava) denota una scarsa conoscenza del sistema penale e in generale dello «spirito» del governo austriaco. Ancora, parlare di un processo «senza una vera difesa e senza possibilità di appello» è fuorviante: fu un processo militare statario, e la procedura non permetteva - mai, non solo in questo caso! - appelli di sorta; e la difesa fu d'ufficio. Riguardo poi al viaggio da Vienna del boia Lang: sempre, in questo tipo di processi, il boia veniva chiamato prima del dibattimento; era la prassi, perché nel caso - frequente - che il procedimento si concludesse con una condanna a morte, essa doveva essere eseguita entro tempi brevissimi. Assurdo poi che il boia (e con quale diritto?), abbia ordinato «che Battisti sia vestito in maniera ridicola per essere umiliato»: da quale fonte viene ciò?

Che il processo sia stato condotto tutto sommato senza gravi scorrettezze, lo riconobbe un liberale, già compagno di Battisti, come Francesco Menestrina, e l'hanno riconfermato ancor di recente gli studi dello storico sudtirolese Oswald Überegger. E sinceramente, bastava leggere il catalogo della mostra tenuta lo scorso anno al Buonconsiglio per trovare una breve ed esatta narrazione dei fatti, scritta da Francesca Brunet.

Altra questione, se lo domandava tempo fa Fabrizio Rasera, è il perché non vi sia stato, un intervento «grazioso» sul piano non tanto giudiziario, ma piuttosto politico, che quindi chiamasse in causa l'Imperatore medesimo: questo è un campo di studi aperto, ma da ricerche recentissime (per ora incomplete) che ho condotto nel fondo della Cancelleria militare di Sua Maestà l'Imperatore, presso il Kriegsarchiv di Vienna, sarei propenso a credere che in quei due giorni l'Imperatore non sia stato nemmeno informato della cosa, dato che la procedura era tutta tracciata dentro i regolamenti militari e abbisognava di tempi di esecuzione strettissimi.

Marco de Tisi, rispondendo a Degasperi, accumula altre imprecisioni e mistificazioni. Possibile che non si riesca a fare, a proposito della folla accorsa al passaggio di Battisti ad Aldeno e poi a Trento, un discorso minimamente complesso e non da tifoserie calcistiche?
È vero che ad Aldeno accorsero le donne e i giovinetti, ma dubito però che questi ultimi abbiano partecipato con la coscienza politica di vedere «chi era passato dalla parte del nemico»: assistevano a un fatto eccezionale e partecipavano alla baldoria. E certo che le donne, soprattutto, insultarono Battisti! Ma non insultarono pure l'Imperatore? (Caterina Vivori di Arco: «a quel porco vecio pisson che a fat la guerra ghe voria cavar i occi»; Elisa Bertagnolli di Tret: «quel pelà for li le la causa de tutto»; Viola Beber di Nave S.Rocco: «mi cago su al governo e ghe cago sul muso anche all'Imperator», Teresina Podet di Roverè della Luna: «piutosto che far guerra seria meglio tagliarle via la testa al cecco», ecc. ecc., tutti esempi studiati di recente da Francesca Brunet e rintracciabili nei processi militari conservati presso l'Archivio di Stato di Trento; altri ancora furono studiati già da Pina Pedron per «Materiali di Lavoro» e dallo stesso Überegger). Non manifestò anche, gran parte di coloro che rientrarono poi dal profugato, malessere verso quell'Austria che li aveva visti ospiti sempre più indesiderati? (vedi i recenti studi di Paolo Malni e di Francesco Frizzera).

Non manifestava forse, una gran parte della popolazione trentina, a fine 1918, la volontà di unirsi all'Italia? E se quest'ultimo dato può apparire inverosimile, visto che ormai viene spacciato per verità assodata l'esatto contrario, si legga il rapporto del Direttore del Commissariato di polizia di Trento Rudolf Muck al Luogotenente del Tirolo, datato 14 ottobre 1918, conservato presso il Tiroler Landesarchiv di Innsbruck e riportato da Überegger nel fondamentale - e non a caso da noi sconosciuto - «Heimatfronten»).
Tutto ciò per dire che questi sono i sintomi, variegati e drammatici, di una esasperazione, di una insofferenza verso quella guerra della quale Battisti a un certo punto vien visto da una parte come corresponsabile (quanto questo sia poi vero, ossia quanto la sua azione abbia davvero contato nella scelta dell'intervento, è tutto un altro discorso), certo non meno che l'Imperatore, visto come il responsabile dell'invio al massacro sul fronte galiziano della maggior parte dei trentini morti nel conflitto.

Su quello che accadde in città al passaggio di Battisti: è vero che la città non era certo deserta, ma teniamo a mente che essa era militarizzata! La popolazione trentina maschile (ossia quella che aveva votato Battisti a suo rappresentante, perché ricordiamo che egli fu eletto nella Circoscrizione elettorale di Trento città!) era quasi del tutto assente. Aggiungiamo poi che, accanto ai rapporti che parlano delle aggressioni verbali a Battisti, abbiamo altre fonti che ci illustrano comportamenti differenti ed opposti (preghiere, astensioni dal lavoro, ecc.): e teniamo conto che questi comportamenti differenti non potevano essere esternati (si era sotto giurisdizione militare!), mentre gli insulti e le contumelie erano stati anche artatamente istigati dalla polizia: tanto che il Muck medesimo, non nuovo a intemperanze, dovette poi dar giustificazione del proprio comportamento scorretto.

È singolare che de Tisi parli poi di «manipolazione della storia» proprio lì dove pare sia lui a manipolarla: ossia dove afferma che Battisti, stando alla testimonianza di tale Luigi Sometti da Caprino Veronese, non avrebbe gridato, sul patibolo, «Viva l'Italia, abbasso l'Austria», ma «non disse una parola».

Sarebbe bello chiedersi anche cosa muova questo cavillare morboso, e la risposta è facile: quella morte, che è accompagnata da un comportamento oggettivamente eroico (per quanto a me dia fastidio il termine), non si attaglia al «personaggio» del Battisti malvagio, traditore, intrinsecamente e geneticamente infingardo, che tanta parta dell'attuale fronte etno-nazionalista filotirolese si è ossessivamente creato: come un cattivo dei fumetti della EsseGesse, esso deve ghignare, tramare, essere un «tutto negativo», e non può avere quindi davvero accettato serenamente ed «eroicamente» quella fine.

Invece, volenti o nolenti noialtri, andò proprio così. E ce lo testimoniano voci tutt'altro che filobattistiane, a partire dal solito Rudolf Muck, che la sera del 12 luglio 1916 scriveva tempestivamente al Luogotenente del Tirolo: «Per primo venne condotto alla forca Battisti, il quale dopo la proclamazione della sentenza, nel momento in cui veniva consegnato al boia, gridò, "Evviva l'Italia, evviva Trento italiana, evviva l'Italia, evviva l'Italia"» (traduzione dal tedesco del documento, conservato a Innsbruck e pubblicato da Überegger). Ma lo dice anche il rapporto del Comando della Stazione militare di Trento dello stesso giorno, nonché il giudice militare Issleib, che aveva diretto il dibattimento a conclusione del quale Battisti era stato condannato, nei suoi ricordi pubblicati nel «Tagespost» di Graz nel 1921.

Insomma: bisognerebbe anche leggere, studiare, ed avere l'umiltà di non pretendere di insegnare cose orecchiate, imparaticce e, peggio di tutto, filtrate da un'ideologia che è sempre più fastidiosamente presente e pesante.

Mirko Saltori
Archivista a Trento

 

Nell'immagine: esecuzione di Cesare Battisti (di Augusto Colombo, dalla mostra "Tempi della storia, tempi dell'arte" - Castel del Buonconsiglio)

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