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Ici anche per le scuole religiose

I vescovi: sentenza pericolosa

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La legge, secondo la Cassazione, è chiara: anche le scuole religiose devono pagare l’Ici poiché non sono attività che possono godere dell’esenzione. Quella della 5ª sezione civile della Cassazione, che ha accolto un ricorso del Comune di Livorno, è la prima sentenza del genere in Italia su una questione finora così controversa. Una decisione che ha provocato allarme nel mondo cattolico, fino a prospettare la chiusura delle scuole paritarie, annunciata da don Francesco Macrì, presidente della Fidae, la Federazione Istituti di attività educative, che non ce la farebbero a reggere l’urto del fisco.

L’esenzione, spiega la Cassazione, è infatti «limitata all’ipotesi in cui gli immobili siano destinati in via esclusiva allo svolgimento di una delle attività di religione e di culto» indicate dalla legge del 1985. Ed in esse «non rientra l’esercizio di attività sanitarie, ricettive o didattiche, salvo non sia dimostrato specificamente che le stesse non siano svolte con modalità non commerciali». La linea tenuta dalle scuole paritarie è quella di provvedere ad un servizio, ma ciò alla Cassazione non basta. Come non basta il fatto che tali strutture possano operare in perdita: «Questione priva di fondamento, perché anche un imprenditore può operare in perdita». Ed il giudice di primo grado, ovvero la commissione tributaria Toscana, sbaglia - secondo i giudici della Cassazione - a ritenere irrilevante ai fini dell’Ici il corrispettivo pagato dagli utenti delle scuole paritarie, poiché esso «è un fatto rivelatore dell’esercizio dell’attività con modalità commerciali».

C’è stata una sola «finestra», aperta dal decreto legge della fine del 2005, che «salvava» dall’Ici le attività eventualmente commerciali. Ma esso, ricorda la Cassazione, ha avuto vita breve, fino al luglio 2006, poiché il provvedimento era «sospettato, non senza fondamento, di essere in conflitto con la normativa comunitaria sugli aiuti di Stato e con le regole della concorrenza».

Il ricorso del Comune di Livorno, che secondo la Fism, la federazione toscana delle scuole materne sarebbe stato animato da «pervicacia persecutoria», riguarda due istituti, uno gestito rispettivamente dalle Suore Mantellate Serve di Maria e l’altro dalle Salesiane di Don Bosco, e risale al 2010. Adesso però è l’intero sistema delle scuole paritarie, oltre 13.000 di cui il 63% delle quali cattoliche, che si sente in pericolo e la preoccupazione è bipartisan. Così se il sottosegretario del Miur Gabriele Toccafondi (Ncd) prevede che tra le scuole gestite da religiosi «molte aumenteranno le rette o chiuderanno» e nota che «l’Imu le scuole pubbliche statali non la pagano ed è giusto che lo stesso valga anche per le scuole pubbliche non statali», è il Pd Edoardo Patriarca a segnalare che «questi istituti vengono assimilati a realtà commerciali, ma in realtà svolgono un servizio pienamente pubblico, spesso laddove lo Stato non riesce ad arrivare».

Entrambi dicono che la sentenza sarà comunque da rispettare. Ma, commenta Don Macrì della Fidae, è una sentenza che «lascia interdetti, che lascia senza parole, perché costringeranno le scuole paritarie a chiudere: hanno già dei bilanci profondamente in rosso, sono scuole che allo Stato costano quasi nulla, pur garantendo un servizio alla Nazione equiparabile a quello statale».

Per i vescovi italiani, quella della Cassazione che impone il pagamento dell’Ici alle scuole religiose di Livorno è una «sentenza pericolosa», «ideologica», che intacca gravemente «la garanzia di libertà di educazione richiesta anche dall’Europa», mettendo fortemente a rischio la «sopravvivenza» degli istituti paritari. Il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino, invita chi è chiamato ad adottare decisioni a «essere meno ideologico» e avverte: «non ci si rende conto del servizio che svolgono gli istituti pubblici paritari». Mons. Galantino parla di sentenza «pericolosa» associandosi a quanto detto dal presidente della Fidae, don Francesco Macrì, in quanto ora «si rischia realmente la chiusura di queste scuole». E questo, sottolinea, «significa limitare la libertà, contro al volontà della stessa Europa, che ci chiede invece garanzie sulla libertà educativa».

Inoltre punta il dito contro «l’ideologizzazione» della questione, che viene posta sul piano di «un fatto tutto cattolico», mentre «qui bisogna parlare di scuole pubbliche paritarie. Non è la Chiesa cattolica ad affamare l’Italia - denuncia il numero due della Cei -. A scegliere le scuole paritarie sono un milione e 300 mila studenti, con grandi risparmi per lo Stato. Mentre gli istituti paritari ricevono contributi per 520 milioni di euro, lo Stato risparmia sei miliardi e mezzo».

«Penso che forse ci sia una riflessione da fare. In alcune regioni, come il Veneto, senza le scuole paritarie Stato e Regione si troverebbero in enormi difficoltà economiche e strutturali». Lo ha detto il ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini.


LA SCHEDA

Circa un milione di studenti in oltre 13 mila scuole in tutta Italia; tra queste sono cattoliche il 63%. Sono soprattutto i più piccoli a frequentare una scuola non statale: sono infatti quasi 10 mila gli asili, il 71% della complessiva galassia delle paritarie. Se fino alla scuola media gli istituti cattolici sono la maggioranza, alle superiori la percentuale si ribalta e prevalgono le scuole di matrice laica.

Sono questi i numeri di quella fetta del panorama scolastico italiano che si regge su contributi pubblici ma in gran parte sulle rette pagate dalle stesse famiglie degli studenti. E sono questi istituti che potrebbero essere toccati dalla sentenza della Corte di Cassazione, che ha riconosciuto la legittimità della richiesta del pagamento dell’Ici, avanzata dal Comune di Livorno nel 2010, agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.
Oltre alle scuole paritarie, in Italia ci sono anche gli istituti privati che non hanno questo riconoscimento e che dunque non possono rilasciare attestati o diplomi validi.
L’unica via per gli alunni che frequentano queste scuole è quella di presentarsi agli esami pubblici da «privatistI».
La scuola paritaria invece è inserita a tutti gli effetti nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti, le medesime modalità di svolgimento degli esami di Stato, l’assolvimento dell’obbligo di istruzione, l’abilitazione a rilasciare titoli di studio aventi valore legale. In altri termini le scuole paritarie svolgono un servizio pubblico.
Le scuole paritarie attive nel territorio nazionale nell’anno scolastico 2013/2014 erano 13.625, il 71,8% dell’infanzia, l’11% della primaria, il 5% della secondaria di primo grado, il 12,3% della secondaria di secondo grado.

Mentre per i primi cicli di istruzione (asili, elementari e medie) c’è una netta prevalenza di istituti che fanno riferimento a ordini religiosi cattolici, dai Gesuiti alle Orsoline, per fare alcuni esempi, per la scuola secondaria di secondo grado, quelle che comunemente si chiamano le «superiorI», il rapporto si ribalta. Su 1.710 istituti, 656 sono cattolici e 1.054 rispondono genericamente alla classificazione «altre scuolE». E dunque gli istituti laici in questa fascia di istruzione superano il 60% del totale.

È proprio nelle scuole superiori che si annidano anche realtà che non rispondono agli standard nazionali, soprattutto in fase di valutazione finale degli alunni. Sono i cosiddetti «diplomificI». Per questo anche le forze politiche favorevoli ad agevolazioni fiscali per le paritarie chiedono che eventuali misure siano però accompagnate da maggiori controlli sulla qualità degli istituti.

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