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Non siamo più in grado

di accettare la sofferenza

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Non siamo più in grado di accettare la sofferenza

Caro direttore, il duplice omicidio-suicidio di Romallo mi pare ponga, anche, una questione molto significativa del nostro tempo: facciamo tanta fatica, troppa, a confrontarci con la sofferenza. Con tutto il rispetto per la famiglia coinvolta e l’uomo che ha preso una decisione così radicale e probabilmente molto sofferta, mi pare che le riflessioni da fare siano molte. La dimensione di vita del nostro tempo è improntata soprattutto sull’efficienza, tutto deve funzionare secondo i nostri desideri e sogni. Tutto ciò che non va in questa direzione viene respinto, rifiutato. Con l’avallo di una parte della classe dirigente (e non mi riferisco solo al comparto politico) che, a suon di proclami e, soprattutto, con il cattivo esempio, insegna, implicitamente, l’opportunismo. Nemmeno nei luoghi della Chiesa, le piccole parrocchie e chiese, si affronta più, con la dovuta attenzione e cura, il tema della sofferenza e della morte. Se non in qualche raro caso. Non crede che il rifiuto della sofferenza debba stimolare una riflessione profonda e spingere istituzioni e organi competenti ad attivare azioni educative?

Giulia Frizzera


 

Certi pesi andrebbero sempre condivisi

È una lettura del dramma di Romallo davvero interessante, la sua. È vero: fatichiamo a confrontarci con la sofferenza, con il dolore, in un certo senso anche con il venir meno dell’efficienza. Concetto che io considero diverso da quello, assai generico, di vecchiaia. Nell’età del consumismo, nell’epoca dell’avere che spesso prevale sull’essere, pensiamo che anche i nostri corpi siano in un certo senso da consumare e dunque - semplifico brutalmente - da buttare via quando riteniamo che non funzionino più. Fatico a giudicare ciò che è successo a Romallo: perché conosco solo ciò che abbiamo scritto. L’atto finale: brutale, drammatico. Certo, ho letto - come lei - anche le parole lasciate scritte dal figlio assassino-suicida, ma quella è una spiegazione che non potrà mai chiarire fino in fondo la scelta drammatica che l’ha portato a togliere la vita e a togliersi la vita. Penso ancora che la vita non ci appartenga, ma che sia un dono da trattare con grande cura: non solo quando il barometro dell’esistenza è posizionato sul bel tempo, ma anche quando s’annunciano tempi difficili. Penso ancora che vi siano valori superiori e che rispetto alla sofferenza e alla morte non esistano facili scorciatoie. Ma ogni storia va letta singolarmente. Va capita. Interiorizzata. Come va compreso - anche se è dannatamente difficile - chi, di fronte a una salita che giudica troppo ripida, decide di arrendersi. Ma qui siamo di fronte a qualcosa di diverso, nella sua tragicità: a qualcuno che decide anche per altri, a qualcuno che spezza in un colpo solo tre fili della vita, a un figlio che pensa di disporre (anche) della vita e della morte dei genitori. L’amore può portare alla morte? E quali strumenti abbiamo, nella società di oggi, non solo per capire ciò che è incomprensibile, ma anche per leggere un dolore che non può essere esploso tutto insieme quel giorno, ma che forse ha origini lontane? E c’è un punto esatto nel quale l’amore (parola da trattare sempre con attenzione) si trasforma in odio, rendendoci incapaci di giudicare cosa sia davvero la vita e fino a che punto valga la pena di vivere? La cosa che più mi preoccupa è il silenzio, la fretta di voltare pagina, l’incapacità di scavare dentro l’anima per trovare le risposte alle domande che il dramma di Romallo pone a ognuno di noi, di fronte ai piccoli e ai grandi dolori del quotidiano, di fronte a una società che invecchia e alla nostra incapacità di accettare che non cambino solo le cose, ma anche le persone, i loro pensieri, le loro capacità. Non siamo macchine da gettare al primo acciacco.
Ma è facile parlare senza aver vissuto il dramma di quella famiglia o forse solo di quel figlio, impaurito dal futuro, da ciò che sarebbe successo, da ciò che avrebbe dovuto faticosamente gestire. Certi pesi andrebbero sempre condivisi. Perché quando cerchiamo o immaginiamo di doverli portare da soli, ci sentiamo ancor più soli e ancor più incapaci, come palloncini colorati che ci sfuggono dalle mani finendo in un cielo troppo grande per noi e per le nostre inquietudini.

a.faustini@ladige.it

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