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Il reportage: Sardagna, la discarica

della discordia che spaventa

il paese nella ex Italcementi

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Per cinquant’anni, di fianco al paese di Sardagna, c’è stata la gigantesca cava Italcementi: si scavava per la preziosa argilla che la teleferica portava a valle, a Piedicastello, dove lo stabilimento produceva il cemento Portland nei forni. Poi è diventata una discarica di inerti, con la società Sativa a riempirla con i resti delle lavorazioni edili.
Infine lo scandalo del 2009, quando vi trovarono sepolte sostanze chimiche in concentrazioni illegali. E adesso il progetto di riaprire la discarica per inerti, riattivando la teleferica, e portando su in 20 anni circa 1 milione 220 mila tonnellate di materiali. Ma il Comitato «Sos Sardagna» dice «no».


 

Alcuni giorni ho incontrato il gruppo di manifestanti del Comitato al Palazzo della Regione. Erano quasi tutte donne, ragazze, mamme, e pure nonne, con le loro magliette bianche «Sos». Erano lì per sensibilizzare i consiglieri provinciali sul loro problema.

Espulsi da Kaswalder. Ho chiesto loro: cosa volete dire ai consiglieri? «Innanzitutto che esistiamo», mi hanno risposto. Poco dopo, il presidente del Consiglio Walter Kaswalder li ha espulsi. Il motivo? Correttamente, stavano negli spazi dedicati al pubblico, ma per mostrare la maglietta «si appoggiavano alla balaustra». Un gravissimo atto di sedizione. Abbastanza per Kaswalder che ha rigidamente applicato il regolamento.

La storia avrebbe potuto finire lì. Ma una di quelle donne miti e determinate mi ha detto una frase: «non sono riuscita a dire bene quello che volevo dire. Qui in città è difficile, riesco a spiegarlo meglio soltanto quando sono a Sardagna». Ed allora ho deciso di andare a vedere.

Dal Panorama all’elettrodotto. «Il problema di questa discarica - mi spiegano subito nel piazzale della funivia, dove l’ex hotel Panorama è un monolite che si sgretola - è che non si vede da Trento. Per questo chiediamo che i cittadini alzino lo sguardo, si accorgano di noi, e sappiano cosa c’è accanto a quella chiesetta e quella cascata».
La chiesetta è dedicata ai santi Filippo e Giacomo: un bel tempio antico, nucleo romanico sorto intorno al 1100, poi anche affreschi attribuiti a Fogolino, e di fianco il cimitero. I morti, qui, riposano all’ombra di un enorme traliccio di un elettrodotto, alto due volte il campanile romanico: una vera violenza alla sacralità del luogo che affonda i suoi piedi di metallo nella pietà di una comunità.

La ex cava da riattivare come discarica. Dal muro del cimitero si vede bene la torre metallica della teleferica Sativa: è a duecento metri verso sud, aldilà della Roggia Granda che precipita nella famosa cascata. E sul limite del camposanto, dopo due vaneze di orti, c’è la ex cava. «Oggi Sativa ha chiesto di poterla riattivare, dopo il sequestro del 2009, dopo che la Procura ha trovato negli inerti conferiti ogni tipo di sostanza chimica, dai fluoruri al cromo, in quantità non consentita», mi spiegano.
Ma la ferita è più antica: è la ferita Italcementi. Qui la società si è mangiata una vasta area, che una volta era campagna. Il paradosso è questo: tutto l’enorme cratere, oggi ricoperto nuovamente di bosco, un tempo era la località «Orti».
Cosa c’è oggi. E poi ecco i fabbricati, ormai fatiscenti: delle piste nella boscaglia indicano che i ragazzi del paese ci vanno di notte, e vecchi ruderi sono coperti di graffiti spray. È intatto invece il castello della teleferica, dove arriverebbero i materiali dal fondovalle. E da lì parte la grande spianata di inerti del decennio scorso, con ancora aperte le buche dove la Forestale del Veneto ha scavato a campione, trovando i veleni. Su tutto, cresce rigoglioso il bosco.

La domanda della Sativa. Il progetto di riempire nuovamente la ex cava di Sardagna, viene alla luce quasi un anno fa. La società Sativa, la stessa che gestiva la discarica nel 2009, ha depositato il 26 marzo scorso la nuova versione del progetto e la Valutazione di Impatto Ambientale per riattivare la discarica e riempirla con un 1 milione 220 mila tonnellate di inerti (studio “Nuova Ecologia”, Sia, seconda ipotesi).

A Sardagna non sono tranquilli: per 50 anni hanno sopportato la cava Italcementi. E ora chiedono che la Provincia acquisisca l’area dalla Sativa, e ne faccia zona verde. Anche per evitare nuovi rischi.
I veleni dell’anno 2009. È già accaduto, ed è venuto alla luce nel 2009 quando la procura della Repubblica procedette al sequestro della discarica insieme a quella di Monte Zaccon in Valsugana. I rilievi a campione mostrarono la presenza di sostanze come cromo, piombo e fluoruri in concentrazioni superiori ai limiti di legge.
Il comitato «Sos Sardagna», quindi, non è tranquillo. Ma soprattutto ricorda che alla discarica di Sardagna, dopo il sequestro, non è mai stata eseguita una bonifica e quindi i materiali illegali sono potenzialmente ancora presenti.

Come è potuto succedere? Secondo l’avvocato Giuliano, loro legale, si tratta di un errore materiale della sentenza: il giudice, intimando la bonifica del sito in Valsugana, non ha scritto espressamente che andava fatta anche a Sardagna.

Lo «sponsor» della discarica? La politica. Il problema oggi è che la ripresa dei conferimenti, chiesta dalla società Sativa, è fortemente sponsorizzata dalla politica. Il comitato è convinto che qui vogliano far arrivare milioni di metri cubi derivanti dagli scavi delle gallerie della nuova ferrovia Tav del Brennero. Come alla nuova discarica di Ala (contestatissima dalla popolazione e dal Comune) faranno forse arrivare il milione di metri cubi di roccia della galleria della Valdastico (da qualche parte bisogna pur metterli, Fugatti ha fretta di aprire il cantiere).
Le intercettazioni telefoniche bollenti. Di mezzo c’è anche la vicenda delle intercettazioni telefoniche relative alla Valutazione di impatto ambientale. La Procura di Trento, infatti, da circa un anno sta indagando sulle modalità con cui venivano rilasciate le valutazioni positive per progetti privati e pubblici. In questa indagine, negli atti, ci sono anche intercettazioni in cui il dirigente del servizio ambientale Giancarlo Anderle parla della discarica di Sardagna. Secondo i magistrati, egli minimizza la situazione ambientale della discarica. Fino al lapidario giudizio: «lì c’è una frana, però la frana non è tale, diciamo, per cui la Provincia possa attivarsi in emergenza... quindi quelli lì se la mettano via.. la Provincia non la può acquistare ».

«Se pensi il peggio, non hai immaginato abbastanza». A Sardagna il tempo scorre lento: «Siamo un paese alpino, rurale» mi dicono quelli del Comitato. Alessandra Degasperi (la portavoce) mi porta a conoscere Irene, che a due metri dalla discarica coltiva verdura biologica nei campi che furono di suo padre. Gli altri, camminando lungo la stradina, mi dicono: «Non siamo tranquilli, non siamo mai tranquilli. Ci dicevano di stare tranquilli quando si sospettava che ci fossero i veleni, pensavamo che non potesse esistere una cosa così in Trentino. E invece abbiamo imparato che se pensi il peggio, non hai ancora immaginato abbastanza».
A Sardagna chiedono solo questo: che venga riconsegnato lo spazio alla vita della comunità. «Non potete capire: la nostra lotta non è una lotta ideologica, né ecologista. La nostra è una battaglia sentimentale. Tutti noi abbiamo vissuto fin da bambini con l’Italcementi, che ci ha mangiato la terra sotto ai piedi. Adesso è ora che Sardagna venga lasciata in pace e risarcita».


IL PROBLEMA DELLA FRANA. Il futuro della riapertura o meno della discarica, si gioca tutto su un dettaglio: la frana che ne interessa il lato sud-ovest. Il nuovo assessore all’ambiente della Provincia autonoma di Trento, Mario Tonina, lo ha detto chiaramente il 26 aprile scorso: «la cava è una zona franosa e va a stabilizzata conferendo materiale».
Così chiedo se questa frana si possa vedere e quelli di Sardagna mi ci portano, percorrendo una bella strada nel bosco, con tanto di segnaletica Sat e indicazioni turistiche. E la frana? Lungo la strada - aperta a tutti - ci sono gli inclinometri (messi l’ dalla Provincia nel lontano 1999) che dovrebbero controllare lo smottamento. «Se è davvero pericolosa e giustifica mezzo milione di tonnellate di inerti con lavori della durata di 20 anni, come mai ci si può camminare sotto?» si chiedono a Sardagna.
Il comitato, in merito a questa frana, parla chiaramente di «scusa per riaprire la discarica» e consolidare i terreni. In realtà spiega l’avvocato Giuliano, è un movimento minimo (circa 7 millimetri, ma lo studio presentato da Sativa dice che «è naturale che si andrà verso un peggioramento»), che risale al terremoto del Friuli del ‘75, e finora non si è mai fatto niente né è stato considerato pericoloso. «Ma una frana è una frana, anche se non comporta eventi disastrosi» ha spiegato il tecnico provinciale alla assemblea pubblica di Sardagna, mesi fa. E quindi la zona è in mappa geologica indicata col colore rosso, cioè pericolosa. Ma «non si è mai visto - ha ribadito l’avvocato Giuliano - che per contrastare una piccola frana sostanzialmente stabile e non pericolosa, si debba riaprire una discarica per vent’anni».
La concessione richiesta infatti parla di un periodo di tempo molto lungo. La società potrebbe conferire materiali per 16 anni più altri 4, cioè vent’anni. E secondo Sativa, per ottenere un buon risultato di stabilità, bisogna depositare qui 1 milione 220 mila tonnellate di inerti.
La frana fantasma, che la Provincia non conosce? Alla frana è dedicato il primo capoverso delle osservazioni alla Via presentate dal Comune di Trento. Dove si scrive: «Nel novembre 2016 in commissione congiunta del Comune di Trento si rimase perplessi in merito alle risposte della Provincia sugli aspetti geologici della presunta frana. A titolo di esempio si riportano alcuni aspetti come evidenziati in tale commissione: alla domanda “il movimento potesse essere considerato franoso o se fosse un movimento fisiologico della montagna” non fu data risposta; si affermo inoltre: “La PAT non ha mai avuto l’incarico di studiare la frana per cui non può entrare ulteriormente nel merito e la responsabilità di questa scelta è peraltro della dirigenza precedente.”; “Spetta al tecnico geologo di Sativa fare lo studio geologico della stessa”. “Non è mai stata commissionato uno studio sulla frana alla PAT, abbiamo solo alcuni dati degli inclinometri (i famosi 7 millimetri) che ci permettono di dare dei pareri in merito all’opportunità di posizionare materiale di riporto al piede ma non vi è ad oggi alcun calcolo in merito”; alla domanda se in caso di caduta di questa frana esistesse pericolo per persone o cose si è risposto “Non c’è pericolo per le persone!”.
Nel sopralluogo avvenuto nello stesso periodo della commissione - scrive il Comune di Trento - non si sono potute apprezzare grandi evidenze della frana se non quelle dei movimenti di molti anni fa che ha fatto nascere a molti l’interrogativo di non avere traccia di manutenzioni agli elettrodotti che ivi sono posizionati. Cosi come ci si è interrogati di come si pensi di fermare una frana con un lavoro che durerà dai 13 ai 20 anni. Lo stesso geologo di Sativa, dott. Vuillermin, in un incontro pubblico disse che si può intervenire anche in altri modi per mettere in sicurezza la discarica, anche se molto costosi».


A MASO VISINTAINER. A margine della protesta di Sardagna, c’è anche la questione del fondovalle. Nella zona fra maso Visintainer, l’autostrada e la tangenziale, infatti c’è la partenza della teleferica Sativa. Qui la società vuole realizzare il centro di lavorazione degli inerti. In sostanza gli inerti (ma il progetto alla Via parla di 1 milione 220 mila tonnellate), più 175 mila metri cubi di ripristino ambientale in 16 anni (più 4 di ripristino ambientale), passerebbero da qui.
I rifiuti in ingresso all’impianto sono stimati in 110.450 tonnellate all’anno, calcolati alla luce del volume disponibile e dell’uso della teleferica per circa 285 giorni all’anno. Questa zona, ospiterà le lavorazioni di frantumazione, vagliatura, selezione e cernita. Ma in accordo con il Comune, sarà solo una parte, perché altri rifiuti verranno invece lavorati nell’impianto alla Vela (il capannone «mimetico» di fianco al Rigotti). Tutto questo a 30 metri dalla sede del Cla - Consorzio lavoro ambiente (che ha presentato la propria contrarietà), a 20 metri dall’autostrada del Brennero, a 300 metri in linea d’aria dalla zona di San Severino (senza contare i circa 50 nomadi che vivono in roulotte a ridosso dell’impianto) e del centro storico della città.
Un impianto simile ovviamente produce una grande quantità di polveri, e anche un pesante inquinamento acustico. Infatti, per la polvere verranno utilizzate delle acque per abbattimento, sostanzialmente innaffiando i materiali e i piazzali. Inoltre, per il flusso dei rifiuti, il progetto prevede una deroga al limite di ammissibilità. Così come per la valutazione acustica. Tutto da valutare in sede di Via.
Ma certo i superamenti dei limiti delle polveri sottili nella città di Trento, già senza questo impianto sono numerosi durante l’anno.


 

Un passaggio decisivo per il progetto sarà la Conferenza dei Servizi in sede di Valutazione di Impatto Ambientale.
Vicepresidente Mario Tonina, quando sarà?
«Non subito: c’è ancora una grande mole di lavoro da fare, credo che ci vorranno ancora un paio di mesi, vedremo».
Lei ha detto, in una prima fase, che la discarica va riattivata perché c’è una frana nella ex cava, e va bloccata portando materiali...
«Non lo dico io, lo dicono i geologi ed i tecnici, anche quelli del Servizio Geologico della Provincia. Porteranno le loro valutazioni alla Conferenza, appunto. Comunque di certo la frana c’è e si muove, seppur di poco. Il fatto che non crolli di colpo non vuol dire che non sia pericolosa: lo dice la carta del rischio idrogeologico della zona, che è un documento ufficiale della Provincia».
Ma lei, cosa ne pensa? E’ necessario riaprire la discarica?
«Io capisco quelli di Sardagna, sicuramente negli anni hanno subìto molti danni e problemi. Ma sono stato su anch’io a vedere la cava, e onestamente credo che nessuno si sognerebbe di chiedere di lasciarla così com’è adesso, è impossibile. Qualcosa bisogna comunque fare».
Il Comitato, in realtà, chiede che l’intera zona della ex Italcementi venga acquisita dalla Provincia per scongiurare che i privati ne facciano una discarica.
«Ma certamente per il privato questa sarebbe una pacchia, figuriamoci! Ma è impossibile: a parte i costi, che sarebbero esorbitanti, bisogna poi dire che in ogni caso, per fare una bonifica ambientale e paesaggistica, bisognerebbe portare su comunque 200 mila metri cubi di terra. E dove le facciamo passare? Con i camion per i vicoli di Sardagna? Non è possibile. La teleferica della Sativa ci servirebbe comunque».
Invece con i privati...
«Sativa ha già presentato un piano, mi pare concordato con il Comune di Trento negli anni scorsi, per restituire alla fine 25 mila metri quadri alla comunità. E mi risulta che già oggi la gente di Sardagna apprezza il parcheggio su terreni Sativa, messo a disposizione dai privati».
Però ammetterà che la prospettiva di 20 anni di conferimenti fa paura.
«Per questo dobbiamo lavorare in sede di Conferenza dei Servizi, affinché tutte le procedure siamno trasparenti e chiare, ed i controlli adeguati. Io e la giunta provinciale siamo disponibili a trovare una soluzione, e una soluzione va trovata. Ma certo c’è da lavorare insieme alla società Sativa perché tutto vada per il meglio. Togliere la concessione al privato, fra l’altro, ci esporrebbe a possibile cause con richiesta di risarcimento danni per il mancato guadagno».
Lei ha detto - lo scorso 29 aprile - “C’è una frana, e la cava va riempita!. Ha poi leggermente modificato i suoi toni: “Di certo è iniziato l’iter su richiesta del privato per riattivare la discarica e completare il lavoro iniziato anni fa. Gli uffici faranno le loro verifiche, ma niente è deciso. Il Comune di Trento sta rivedendo il PRG. Se non vuole la discarica, ha tutti gli strumenti per farlo”. È così?
«Al momento, l’area è nel Prg come discarica. Se poi il Comune di Trento, in sede di revizione del Prg, vuole cambiare, ha tutti gli strumenti per farlo».

Il Comune si barcamena. Ma è proprio vero? Non esattamente: come ha spiegato recentemente l’assessore comunale Corrado Bungaro (subentrato al collega Robol) è ben difficile fermare l’iter che è già partito e ha già superato numerosi stadi. «La società - dice Bungaro - ha interesse a riprendere il conferimento ed un eventuale opposizione del Comune potrebbe comportare richiesta di un indennizzo per lucro cessante».


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