La crociata del parroco dal pulpito contro i rapper

Per due volte ha ripetuto la parola «stronzi», dal pulpito, durante l’omelia della messa della domenica mattina nella chiesa parrocchiale dei Santi Angeli Custodi, a Borgotrebbia, popolosa frazione della periferia cittadina di Piacenza, definita nel dopoguerra la “Stalingrado rossa”. Don Pietro Cesena, 60 anni, si è lasciato andare a un durissimo sfogo contro gli “pseudo-rapper”. «Non potevo più stare in silenzio, era ora di fare qualcosa», ha commentato, il giorno dopo.
«I vostri figli ascoltano la musica di questi stronzi, presunti rapper, che a ragazzini di 12 anni, che si affacciano alla vita con tutti gli ormoni in circolo gli dicono che tanto la vita finisce in niente», ha detto il sacerdote durante il sermone, una sorta di “crociata” anti-rapper, ma senza fare alcun nome in particolare. E proseguendo il discorso con un attacco accorato e non molto ortodosso: «Io giuro che se ne incontro uno lo picchio, poi mi picchia lui, ma io mi ci butto dentro perché non è possibile che i nostri ragazzi ascoltino da questi stronzi che ciò che vale è solo la carriera, i soldi, il sesso, la droga».


Il suo, spiega, è stato «un grido di dispiacere nel vedere quello che accade e per difendere i nostri ragazzi, che attraverso questi messaggi subiscono un vero e proprio corto circuito emotivo. Non ce l’ho con tutti i rapper, ne conosco anche di piacentini che raccontano ad esempio il disagio delle nostre periferie, ma solo con questi che mandano ai ragazzi messaggi terribili e devianti, che creano prodotti fatti apposta per vendere con i peggio messaggi».

Qualche giorno fa il sacerdote ha portato un gruppo di ragazzi della parrocchia dai 12 ai 14 anni su una ferrata dell’Appennino, al Monte Penna. Una proposta alternativa, un modo per mostrare ai giovani qualcosa di diverso: «Alla fine anche se con fatica ce l’hanno fatta tutti - racconta - e quando siamo stati in vetta hanno ballato ed io ho chiesto loro di gridare, di far sentire assieme tutta la loro rabbia, beh, ne è seguito un urlo collettivo talmente forte che temevo venisse giù la montagna».

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