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Caso di legionella al S. Chiara

L'esperto: «Non si può eliminare

ma si può ridurre il rischio»

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La legionella torna a fare paura. Dopo il decesso di un anziano di 78 anni al S. Chiara - quella della legionella è una delle ipotesi, sono stati disposti accertamenti ed esami - la direzione ha alzato ulteriormente la guardia anche se, annullare il rischio, sembra impossibile, soprattutto in una struttura con tubature e impianti vecchi come l’ospedale di Trento.
Il dottor Antonio Ferro è direttore del dipartimento di prevenzione dell’Apss da poche settimane, ma ha ben chiara “l’emergenza” legionella presente in tutta Italia.
«Ci sono 2 mila casi di legionella all’anno ed è un problema che hanno tutte le regioni e tutti gli ospedali. Si parla di 33 casi ogni milione di abitanti».

Duemila casi, ma non tutti mortali?

Di tutti i casi, il 10% di quelli contratti, ossia contratti in ospedali, muore e nel 65% si tratta di soggetti che sono immunodepressi o presentano altre patologie.

Sembra che nonostante i controlli e i protocolli il rischio zero non esista.

Sappiamo che il problema è ineliminabile. Dal 1999 è stato fatto tanto per diminuire il rischio. Ora su questo caso specifico stiamo facendo una serie di accertamenti e c’è l’indagine dei Nas. C’è anche un piano provinciale di attenzione su questo problema, tanto che su questo è stato messo anche un obiettivo 2019 che riguarda non solo ospedali ma tutte strutture ricettive. Noi abbiamo già iniziato a fare degli incontri per sensibilizzare sul problema, perché il protocollo di prevenzione venga attuato.

Attualmente i pazienti e gli ospiti del S. Chiara devono utilizzare qualche precauzione? Avete vietato l’uso dell’acqua o interdetto le docce?

Non c’è nessuna limitazione in questo momento perché c’è un’inchiesta in corso. La legionella fa parte del grande capitolo dei grandi rischi legati assistenza ospedaliera. Possiamo dire che è in atto un piano di controllo di tutte le possibili contaminazioni. Noi facciamo azioni di autocontrollo alla pari di tutti gli altri stabilimenti, ma può sempre esserci un potenziale rischio.

Avete avuto segnalazioni di altri casi quest’anno?

No, non mi risulta.

Va bene che c’è l’inchiesta in corso, ma non c’è il rischio che aspettando possano ammalarsi altre persone?

Stiamo già effettuando le analisi. Abbiamo incominciato mercoledì, quando ci hanno comunicato la notizia, ne abbiamo fatte altre oggi (ieri per chi legge) e altre ne seguiranno. Finché non abbiamo i risultati è inutile muoversi. Non si tratta di una malattia contagiosa. Adesso è importante avere un quadro preciso dalla situazione e in base quello si prenderanno provvedimenti. Non è necessario fare atti urgenti.


DI COSA SI PARLA

La legionellosi è una malattia infettiva causata dal batterio legionella che colpisce l’apparato respiratorio. 

Il batterio responsabile della malattia del legionario è soprattutto la Legionella pneumophila. Si annida nell’acqua e si trasmette attraverso l’acqua nebulizzata, per inalazione o anche attraverso sistemi di aerazione. Il tempo di incubazione varia da 2 a 10 giorni. Le persone in buono stato di salute generalmente non si ammalano e fattori di rischio sono il sesso maschile, l’età avanzata, patologie croniche o che causano immunodepressione. I sintomi più frequenti sono polmonite, febbre, raffreddore, tosse, mal di testa.
A rischio le strutture ricettive, come dimostra l’emergenza scattata ad Andalo la scorsa estate, ma anche gli ospedali.
Al S. Chiara ogni anno si registrano più casi. Sono stati 2 (uno certo e uno probabile) nel 2013, 7 (5 certi e due probabili) nel 2014 e 4 (3 certi e uno probabile) nel 2015 e infine altri 6 nel 2016, due certi e cinque sospetti.
Questi i numeri dell’ospedale, che ovviamente sono una minima parte rispetto ai casi registrati in provincia. Nel 2016, ad esempio, tra turisti e persone residenti in Provincia, sono state curate più di 50 persone.
Lo scorso anno la legionella aveva colpito duramente sull’altopiano della Paganella dove si erano registrati tre decessi e 19 persone curate. Le analisi sull’acqua dell’acquedotto erano risultate negative e tutt’oggi non è chiaro del perché di tanti casi concentrati nella stessa zona.


 

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