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Chernobyl, 33 anni fa il disastro:

quanto Cesio c'è ancora

in Trentino? Ecco i dati

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A Chernobyl 33 anni fa, il 26 aprile del 1986, un «incidente» alla centrale nucleare provocò uno dei disastri ambientali più gravi mai causati dall’uomo. Si stima che in totale 4000 saranno le vittime, nell’arco di 80 anni dal disastro, per malattie provocate dalla radioattività. 65 persone morirono subito dopo l’esplosione o a distanza di poco tempo. Tra questi anche gli «eroici liquidatori» che permisero di chiudere quel che restava del reattore in un sarcofago. 
 
Cosa resta di quella tragedia? Si disse allora che ci sarebbero voluti 30 anni solo per «dimezzare» le concentrazioni di radionuclidi (in particolare del Cesio) nel terreno e nelle acque. In realtà il monitoraggio condotto costantemente dall’Agenzia provinciale per la protezione ambientale (Appa), dice che la situazione in Trentino è pari - se non migliore - a quella precedente al disastro.
 
Le tabelle dell’Appa (misurazioni sul latte e misurazioni su filtri di particolato atmosferico, sulle acque meteoriche, oltre a misurazioni costanti sul fondo di radioattività naturale) dicono che oggi siamo su valori assolutamente trascurabili.
 
Per fare un esempio: la concentrazione di Cesio (Cs137, in Bequerel/Kg) nel latte, che nei giorni di Chernobyl era a 37,6 (per calare poi al 3,7 a dicembre dello stesso anno) oggi presenta valori inferiori a 0,1, valori costanti pressoché dal 2006 (meno di 0,2). 
 
Così anche per il particolato su filtri: nel maggio del 1986 si raggiunse un picco di 5372,0 Bequerel al metro cubo di aria. Oggi dalle rilevazioni a Trento Sud, siamo sotto il dato di 0,3. Per le acque piovane, si arrivò alla misura di 1294,0 Bequerel a metro quadrato, mentre oggi siamo costantemente sotto la misura di 0,2.
 
Buona anche la «Dose Gamma ambientale» del 2018, con valori costanti intorno a 0,121 per tutto l’anno (dato in micro Sivert per ora).
 
Detto che tutto va bene dal punto di vista dei parametri ambientali, rimane un allarme potenziale latente per l’accumulo di radionuclidi nella flora e nella fauna selvatiche. L’episodio eclatante fgu quello di 6 anni fa quando le carni dei cinghiali della Valsesia abbattuti tra 2012 e 2013 risultarono positive ai controlli dell’Istituto Zooprofilattico di Torino per la presenza di un numero consistente di campioni con livelli di Cesio 137 superiori a 600 Bq/Kg. «Valori - precisava Maria Caramelli, direttrice dell’Istituto Zooprofilattico di Torino - fino a dieci volte superiori rispetto alla soglia massima fissata dalla legge in caso di incidente nucleare, ma il pericolo scatta solo se si verifica un esposizione continuata ai radio-contaminanti».
 
Quell’episodio fu poi analizzato e - in mancanza di certezze - si ipotizzò che le cause fossero diverse dalla contaminazione di Chernobyl: in quegli anni vi furono infatti anche alcuni incidenti di minore portata in centrali nucleari francesi a poca distanza dalle Alpi.
 
Va detto che i controlli in Trentino non hanno mai evidenziato soluzioni di pericolo né sui campioni di funghi, né su altri alimenti naturali (miele e derivati di fiori come il sambuco).
 
 

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