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Tragedia di Fai: «Anziani,

tenere viva la rete di relazioni»

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La tragedia di Fai della Paganella, l'omicidio-suicidio di Sergio Cini e della moglie Luisa Zardo, rispettivamente 85 e 87 anni, ha drammaticamente riportato di attualità il tema della qualità della vita in età avanzata, in presenza di patologie anche invalidanti. I dati scientifici non ci dicono se la vecchiaia stessa sia una malattia (come si sosteneva nella cultura classica), ma ci indicano con precisione quando oggi si è considerati anziani: oltre i 75 anni. Lo ha certificato ufficialmente lo scorso autunno la Società italiana di gerontologia e geriatria. 

Il dottor Sergio Minervini, padovano, 49 anni, è dirigente medico presso l'Unità operativa di geriatria dell'ospedale Santa Maria del Carmine di Rovereto, diretta dal dottor Renzo Girardello. 

Dottor Minervini, come si è «spostata in avanti» l'età in cui si diventa anziani? 
«L'invecchiamento della popolazione e l'allungamento della vita fanno sì che un sessantacinquenne di oggi abbia caratteristiche fisiologiche e biologiche che solo trent'anni fa aveva un quarantacinquenne. Oggi si fa partire l'età geriatrica dai 75 anni in su. Nei decenni scorsi la soglia era a 65 anni, ma già negli ultimi anni, ufficiosamente, era stata elevata verso i 70».
Cosa si complica in età avanzata dal punto di vista della salute? Le malattie sono diverse dalle altre età della vita o si manifestano in modo peculiare?
«Gli anziani hanno patologie croniche che si riacutizzano. E che spesso si sovrappongono tra loro. Il dramma è la perdita di autosufficienza».
Nel caso di Fai della Paganella, cosa può aver influito di più nella scelta drastica di togliersi la vita compiuta da questa coppia garbata e gentile? La solitudine? La mancata autonomia?
«La comunità scientifica sta dibattendo da tempo sulla solitudine dell'anziano. C'è chi vuole stare da solo. E c'è la solitudine indesiderata. In questo caso il marito era diventato il principale "care-giver" della moglie, malata. Un accudimento che crea ancora più affetto. Ma dedicare l'intera propria esistenza al coniuge malato può diventare un peso enorme e porta all'isolamento. Io come medico lavoro proprio nella direzione opposta a una scelta definitiva e forte come il suicidio. Il mio compito è permettere una vita il più serena possibile anche ai grandi anziani, cioè gli over 85».
Ci sono degli antidoti, degli anticorpi? 
«Ci sono le reti di relazioni, da tenere vive. È difficile individuare dei marcatori biologici che possano predire il rischio solitudine o che possono portare a un suicidio. Invecchiando, la nostra esistenza ci porta un inevitabile depauperamento delle relazioni. Gli amici vengono a mancare, gli acciacchi ci isolano. Serve un cambio culturale. In futuro dobbiamo garantire più volontariato sociale».
Si può imparare a invecchiare? Ci sono delle raccomandazioni?
«Certo. Evitare l'isolamento sociale, tenere vive le reti amicali, seguire una dieta mediterranea, svolgere attività fisica aerobica, fare ginnastica mentale. Il geriatra ha un occhio olistico. Avere interessi diversificati permette di mantenerli anche nel caso di patologie importanti. Se cala la vista e mi piaceva leggere, devo poter avere altre passioni».
Come sta cambiando la società, anche dal punto di vista sociologico, dall'osservatorio privilegiato di voi geriatri?
«In ottica futura, ma non troppo lontana, sarà sempre più ampia la "generazione sandwich". Ovvero l'età di mezzo. Rappresentata da persone divise tra la cura dei figli, avuti tardi, e l'accudimento di genitori e parenti anziani, che vivono di più. In Trentino già nel 2020 avremo un over 65 ogni 4,6 abitanti».

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