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Razzismo sul Flixbus a Trento

«Via, sei nero», arriva la polizia

 

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«Qui no! Vai via, in fondo. Sei di colore, sei di un’altra religione».

Per Mamadou, 25 anni, nato in Senegal ma cresciuto in Italia, martedì sera doveva essere un momento di relax e spensieratezza: era appena salito sul Flixbus che da Trento lo avrebbe portato a Roma, da un amico, per trascorrere qualche giorno in giro per la città. Il viaggio, invece, è iniziato con un atto («l’ennesimo che subisco», ha raccontato lui) a sfondo razziale.

A raccontare i fatti è Elena Iiriti, 19 anni, trentina, studentessa universitaria a Ferrara. Anche lei è su quel bus, ed è salita insieme a un’amica poco prima di Mamadou. L’autista controlla i biglietti, e man mano fa accomodare le persone, indirizzandole ai posti assegnati. Sprofondano sul sedile Elena e la sua amica Anna, è in procinto di sedersi anche Mamadou: qui, però, la signora titolare del posto affianco al suo, fa capire a chiare lettere che non è ben accetto.

«La signora non ha usato mezzi termini - racconta la testimone - lui le ha ripetuto che quello era il posto assegnatogli e che voleva solo sedersi, che non voleva farle del male, ma lei non ha sentito ragioni». Ne nasce un diverbio, con la donna - una quarantenne italiana - che continua a tirare in ballo il colore della pelle e la religione e il ragazzo che scoppia in un pianto dirotto. Ed è proprio lo stesso Mamadou, a un certo punto, a invitare la signora a chiamare le forze dell’ordine, per far accertare una volta per tutte che lui ha pieno diritto ad essere su quell’autobus e a sedersi lì. «Sono arrivate due volanti - spiega Elena - il ragazzo e la signora hanno discusso a lungo con gli agenti, ma poi alla fine la questione si è risolta con una mediazione: la mia amica si è seduta accanto alla donna, mentre Mamadou ha viaggiato affianco a me».

E gli altri passeggeri? «Nè l’autista né i presenti hanno detto o fatto qualcosa, alcuni credo fossero un po’ intimoriti. Neanche io e Anna, di fatto, siamo riuscite a far nulla di concreto, ma sul momento l’incredulità per quello che stava accadendo ha prevalso: quando al liceo ho studiato la storia di Rosa Parks credevo che una cosa del genere non sarebbe più potuta accadere. Evidentemente mi sbagliavo».
Mamadou si tranquillizza un po’, anche se inevitabilmente pensa a quanto successo: «Credimi, non faccio nulla di male. Non sono cattivo, e mi sento italiano come voi. Voglio solo sedermi e riposare perché sono stanco» si sfoga con Elena. Il ragazzo, infatti, sta per godersi la sua prima vacanza dopo tanto tempo: arrivato 15 anni fa in Italia, da qualche anno vive a Bolzano e lavora come operaio per una ditta di forni, occupandosi del montaggio.

«Mi ha raccontato che ha orari e ritmi di vita molto pesanti, ma soprattutto che è stufo di tutta questa cattiveria nei suoi confronti» spiega ancora Elena.

Ieri, intanto, ha preso posizione sull’accaduto anche la stessa Flixbus Italia. Dall’azienda è giunto un messaggio di condanna: «Ci rincresce che un simile episodio si sia verificato a bordo di un nostro autobus. Come operatori della mobilità, da sempre ci impegniamo a garantire a chiunque la possibilità di viaggiare e ricongiungersi coi propri cari, e così continueremo a fare».

«Quando si verificano episodi del genere mi viene da pensare che in tutti questi decenni non è davvero mai cambiato nulla, e che noi siamo sempre gli stessi, pronti a odiare e a puntare il dito verso chi ci sembra “diverso”», aggiunge ancora la studentessa, che sull’accaduto ha poi scritto un post su Facebook, con centinaia di condivisioni e commenti. Sui «colpevoli» di questa deriva, però, la ragazza non ha dubbi: «Ultimamente la politica ha raggiunto un livello bassissimo, si propagandano idee che fomentano solo l’odio. Mi dispiace davvero non aver potuto fare granché, ma sia a me che alla mia amica veniva da piangere: per Mamadou, e anche per come è messo il nostro paese».

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