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Il vaglia postale è falso

i soldi li perde la banca

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Vende la macchina, ma viene truffato dall'acquirente che paga con un vaglia postale falsificato. Purtroppo non accade di rado, ma questa volta a rimetterci i soldi - 36 mila euro - sarà l'istituto di credito. La Cassa rurale di Aldeno e Cadine, in seguito inglobata nella Cassa rurale di Trento, aveva rilasciato il «bene emissione», in sostanza aveva fatto delle verifiche (troppo superficiali per il Tribunale) dalle quali emergeva la presunta bontà di quel vaglia. Invece il titolo di credito era «taroccato». Così, dopo una lunga battaglia legale, la banca dovrà ora risarcire il suo cliente (o meglio, i suoi eredi). 

La vicenda merita di essere raccontata se non altro per mettere in guardia dal pericolo di truffe chi vende beni di valore ricevendo vaglia o assegni bancari. Il «bidone» è sempre in agguato. Non è facile difendersi se persino un istituto di credito può essere indotto in errore. È proprio quanto accaduto ad un pensionato della valle di Peio. Questi, anche per pagare le cure di una grave malattia, nell'autunno del 2014 aveva deciso di vendere la sua Mercedes Cla 220. Si fece avanti un cittadino egiziano che si mostrò interessato all'acquisto in favore del cognato. Il prezzo, concordato in 36mila euro, sarebbe stato pagato con vaglia postale. Il venditore, però, voleva tutelarsi. Disse all'acquirente che prima di procedere al passaggio di proprietà del veicolo voleva verificare il titolo di credito. In vista della vendita il pensionato telefonò alla filiale Trento 2 della Cassa rurale di Aldeno e Cadine dove gli assicurarono che era possibile fare un controllo in tempo reale sulla validità del titolo di credito, ma il servizio era riservato ai correntisti. Il venditore dunque decise di aprire un conto con l'unica finalità di incassare il denaro della vendita senza correre rischi.  

Il 4 dicembre 2014 il venditore e la moglie si presentarono allo sportello dell'istituto di credito insieme all'acquirente. Consegnarono il vaglia da 36.000 euro che risultava essere stato emesso dall'ufficio postale di Mornico al Serio in provincia di Bergamo. L'impiegata allo sportello ebbe però difficoltà a trovare il numero dell'ufficio postale, ma si fece avanti l'acquirente mostrando il presunto numero telefonico. L'impiegata chiamò. All'altro capo qualcuno rispose dicendo semplicemente «ufficio postale...». L'impiegata si limitò a fornire il numero del vaglia ottenendo dal suo interlocutore «il bene emissione». Il vaglia sembrava essere buono, tanto che l'importo venne accreditato sul conto. Subito dopo il pensionato firmò l'atto di vendita della Mercedes e consegnò le chiavi. 
Possiamo immaginare lo sconcerto del venditore quando, qualche giorno dopo, la cassa rurale lo avvisò che il vaglia postale era falso. Lo stupore si trasformò in rabbia quando la banca si affrettò a precisare di non avere alcuna responsabilità per l'esito negativo del pagamento.  

Malato (il pensionato è morto nel corso del contenzioso civile) ma non arrendevole, il cliente ha promosso una causa civile, attraverso l'avvocato Vittorio Cristanelli, chiedendo la condanna della cassa rurale. Nel corso dell'istruttoria è stato sentito come teste anche il direttore della filiale il quale ha spiegato che «la certezza sul buon esito dell'assegno si può avere solo quando è stato addebitato o scaricato dalla contabilità della banca che lo ha emesso. Il bene emissione in tal modo serve a poco...». Ma al cliente era stata invece assicurata la possibilità di fare dei controlli sul vaglia postale. In realtà , è stato accertato in istruttoria, Poste Italiane all'epoca non aderivano a questo servizio. «È di tutta evidenza - scrive in sentenza il giudice Massimo Morandini - che se (omissis) fosse stato informato dall'istituto di credito che l'indagine dallo stesso richiesta si sarebbe rilevata di scarsa utilità, si sarebbe comportato diversamente, ovvero avrebbe rinunciato alla vendita o preteso il pagamento del prezzo con modalità diverse». E così la Cassa rurale di Trento è stata condannata in primo grado a risarcire al cliente 36mila euro, più interessi dal dicembre 2014. «La vicenda è ancora aperta - replica il direttore generale della Cassa rurale di Trento, Giorgio Bagozzi - riteniamo di essere stati vittime di una truffa telefonica».

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