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Trentino: violenza di genere,

nel 2016 aiutate 764 donne

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Nel 2016 sono stati 554 i bambini coinvolti in violenza di genere in famiglia sul territorio provinciale nei 764 casi portati all’attenzione delle forze dell’ordine.
Ma il fenomeno è ben più ampio di quello che emerge dalle denunce e in Provincia un gruppo interdisciplinare è impegnato a creare un questionario di valutazione del rischio proprio per individuare potenziali vittime. Creato nel 2015, nel periodo che va da ottobre 2017 a giugno 2018 il gruppo ha analizzato 31 situazioni ad alto rischio segnalate dalla questura sulla base delle richieste di ammonimento.

Dal 2012 i numeri relativi al fenomeno della violenza di genere sul territorio provinciale vengono raccolti sistematicamente dalle forze dell’ordine. La premessa ai dati di cui si è a conoscenza è importante: secondo gli esperti solo il 10% degli episodi di violenza viene denunciato, i casi noti sono quindi solo la punta dell’iceberg.

Nel 2014 in Trentino il 4,6% delle donne fra i 16 e i 70 anni ha dichiarato di aver subito una forma di violenza fisica o sessuale. Tra il 2011 e il 2015 sono state sporte 2.898 denunce riconducibili a episodi di violenza di genere: 2 denunce al giorno, 18 denunce ogni 1.000 donne residenti in Trentino. Nel 2016 sono stati 764 gli eventi associati a violenza di genere, fra denunce (532) e procedimenti di ammonimento (232) in Trentino, la tipologia di reato più frequente è la violenza fisica e domestica, seguita dalla violenza psicologica e dallo stalking. A perpetrare la violenza sono nella grande maggioranza dei casi uomini che provengono dall’ambito familiare: sono il 75% del totale, e di questi il 66% sono partner o ex partner, mentre il 9% altri parenti.

Sono nove gli enti che offrono servizi dedicati alle donne vittime di violenza: divisi in servizi residenziali - dal più protettivo come le case rifugio nelle quali le donne vengono letteralmente messe sotto protezione in incognito, agli alloggi in autonomia e le case di accoglienza - e servizi non residenziali che si occupano di offrire orientamento, consulenza psicosociale, legale e orientamento. Diversissimi i profili delle donne che si rivolgono alle due misure di sostegno: ai servizi residenziali si rivolgono donne giovani (meno di 40 anni), perlopiù di origine straniera, in condizioni di isolamento sociale ed economicamente vulnerabili che non permettono loro di allontanarsi dalla situazione di pericolo se non chiedendo aiuto ai servizi. Fra le strutture residenziali anche una Casa Rifugio, per i casi più gravi, che ha protetto una ventina di donne nel 2016. Hanno invece un grado di istruzione elevato (dal diploma in su), un’età compresa fra i 30 e i 50 anni, sono principalmente italiane e con autonomia finanziaria o una rete sociale di sostegno le donne vittime di violenza che fanno riferimento ai servizi non residenziali.

Le donne costrette ad abbandonare la propria casa per essere accolte da un servizio residenziale nel 2016 sono state 44, che sono andate ad aggiungersi alle 57 per le quali già era stata attivata la misura di sostegno.

La Provincia ha avviato anche un intervento psicoeducativo specializzato rivolto agli uomini protagonisti di episodi di violenza nei confronti dello loro compagne o ex compagne: nel 2016 hanno avuto accesso ai colloqui preliminari 24 uomini, e 16 di loro hanno deciso di intraprendere il percorso. Rispetto all’anno precedente si è registrato un cambiamento rilevante rispetto alla tipologia di violenza, non più prevalentemente legata a episodi singoli o saltuari, ma a forme gravi e continuative (il 54% dei casi) con anche il coinvolgimento diretto dei figli.


Un centinaio dei 554 bambini coinvolti in situazioni di violenza di genere sono stati allontanati con le loro mamme per essere protetti nelle strutture residenziali provinciali dedicate: i numeri dei minori coinvolti sono in crescita ogni anno, erano 65 nel 2013, 75 l’anno successivo e 93 nel 2015. Gli altri 454 bambini sono seguiti dai servizi non residenziali.

L’attenzione si sta velocemente concentrando oltre all’aiuto alle donne vittime anche sui minori che assistono alla violenza in casa. Loredana Lazzeri , oggi funzionaria provinciale, già responsabile della Casa Rifugio di Trento, spiega le difficoltà che accomunano i minori coinvolti in casi di violenza di genere:
«L’aspetto più evidente di questo tipo di esperienza per i bambini è che si trovano spaventati e in pericolo proprio da parte dei propri genitori - spiega - che invece dovrebbero essere le figure di protezione per eccellenza. Si ha quindi una distorsione rispetto alle funzioni tipiche genitoriali. È difficile in questa situazione che si possa sviluppare quel sistema di attaccamento sicuro che si dovrebbe riuscire a sviluppare nella relazione con mamma e papà. È chiaro che le responsabilità sono diverse fra l’autore delle violenze e chi subisce, ma ad entrambi l’esperienza della violenza toglie la possibilità essere dei genitori a contatto con i bisogni dei loro figli e di rispondere all’esigenza di protezione del rapporto genitore-figlio».

Situazioni che cambiano a seconda dell’età dei minori interessati e se sono coinvolti come testimoni di violenza o vittime dirette: una serie di fattori di rischio e fattori di protezione, come la presenza di altri adulti di riferimento positivi nella loro vita, vengono presi in considerazione per la valutazione dei singoli casi.
Valgono però delle considerazioni comuni: «È un esperienza distorta rispetto alle relazioni intime e affettive - spiega Lazzari - un’esperienza che tendono ad introiettare come modello di riferimento e a riproporre. Le statistiche ci dicono che c’è una maggiore propensione dei figli maschi a riprodurre la violenza vista fare in casa dal padre e nelle figlie femmine ad essere vittimizzate nelle relazioni affettive adulte. In generale, i bambini che assistono al maltrattamento della madre hanno maggiore propensione a finire in altre forme di maltrattamento, sia diretto da parte del padre, dove c’è violenza di genere c’è infatti anche spesso sui bambini, sia in altre forme di maltrattamento. Tendono a non avere la capacità di discernere fra una relazione negativa e una positiva con gli altri».

Altri comportamenti tipici possono essere un campanello di allarme della situazione di violenza in casa che i bambini si trovano a subire: «Anzitutto i bambini tendono ad attribuire a se stessi ciò che succede nel loro mondo, quindi nel caso di chi è coinvolto in contesti di violenza anche a sentirsi in colpa - prosegue Loredana Lazzeri - Inoltre questi bambini vivono nella paura di rimanere senza madre in seguito alle violenze del padre e hanno quindi una paura di perdita e questo determina ansia, bisogno di controllo e possono essere bimbi che nella quotidianità sono molto in allerta, perché cercano di prevenire e controllare le situazioni».

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