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Molestò la studentessa

Prof condannato a 2 anni

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Assolto in primo grado, ma condannato in appello per un’accusa molto pesante: aver commesso atti sessuali su una studentessa. Protagonista, in negativo, è un insegnante di ginnastica di un istituto superiore trentino che ieri è stato condannato dalla Corte d’appello a 2 anni di reclusione con la sospensione condizionale della pena. L’imputato, a cui è stata riconosciuta l’attenuante del fatto lieve, è stato condannato anche a risarcire 5.000 euro alle parti civili costituite attraverso l’avvocato Andrea de Bertolini: 4.000 euro vanno alla ragazza e 1.000 ai suoi genitori. L’imputato, difeso dall’avvocato Nicola Benvenuto, ha sempre respinto tutte le accuse sostenendo di essere lui la vittima di accuse del tutto infondate.

I fatti oggetto del procedimento penale risalgono all’autunno del 2014. Gli episodi contestati al professore sono due. Il primo, del 24 settembre, sarebbe successo durante una lezione di ginnastica, mentre la classe giocava a pallavolo. In campo c’era anche la ragazzina e secondo l’accusa l’insegnante si sarebbe avvicinato a lei per «correggere» la sua posizione e invitarla ad avanzare. Ma per farlo l’avrebbe spinta da dietro, mettendole due mani sul sedere.

L’altra contestazione riguardava invece un episodio accaduto il 17 ottobre durante una lezione teorica: in quel caso il docente avrebbe usato la studentessa come «manichino», facendola sdraiare sul tavolo. Le mani dell’uomo non avrebbero toccato parti «sensibili», spostandosi dal polpaccio alle spalle per indicare alcuni muscoli, ma la vittima ha riferito di avere cercato invano di sistemarsi la maglietta sollevata sulla pancia, avvertendo un impedimento da parte del docente.

In entrambi i casi la ragazza, all’epoca 14enne, aveva riferito di essersi sentita violata nella propria sfera sessuale da quel comportamento non solo del tutto inopportuno, ma - hanno stabilito i giudici - anche illecito.
Ieri sono stati risentiti tutti i testimoni tra cui numerose ragazze della classe e la dirigente scolastica dell’epoca. Molte studentesse avevano «ammorbidito» le loro deposizioni: inizialmente di conferma davanti ai carabinieri, poi più favorevoli all’imputato in fase di deposizione in aula (forse anche perché la vicenda era stata trattata a scuola nel corso di un, inopportuno, incontro di classe organizzato da una docente proprio alla vigilia dell’udienza in Tribunale).

Visto l’esito del processo, possiamo supporre che i giudici abbiano ritenuto credibile il racconto della parte lesa. A sfavore dell’imputato potrebbero aver pesato anche altri episodi emersi nel corso delle indagini. Episodi che pur non penalmente rilevanti (e dunque non contestati) alimentano qualche legittimo dubbio sull’approccio didattico del prof di ginnastica. Il docente, in una sorta di “gioco della verità”, avrebbe invitato le ragazze a parlare della loro vita sessuale. Chi non rispondeva doveva pagare “pegno”, cioè leccare le scarpe, ma per fortuna il suono del campanello salvò la studentessa da questa umiliazione. Altro pegno, per chi arrivava ultimo nella corsa, era camminare a quattro zampe facendo le fusa vicino al prof.
Il caso con ogni probabilità non si chiude con la sentenza di ieri. La difesa farà ricorso per Cassazione anche per evitare pesanti conseguenze sul piano disciplinare. In caso di condanna definitiva, il docente rischia di dire addio per sempre all’insegnamento.

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