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Minacce di morte al suo operaio marocchino

Il datore di lavoro denunciato per gli insulti

L'uomo ora si scusa: «Mi vergogno»

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Un'esplosione di rabbia improvvisa. Pochi secondi di telefonata, al termine della quale ha sentito un grande vuoto. Un'escalation di parole cariche di odio e di razzismo scagliate come pietre contro il proprio dipendente originario del Marocco, rimasto a casa qualche giorno per motivi di salute. 

«Non so cosa mi sia preso. Quelle cose non le pensavo veramente», ci dice l'autore della telefonata, un giovane imprenditore di una piccola azienda a conduzione famigliare della Val Rendena. «Tornassi indietro non lo rifarei, questo è certo. Riascoltandomi mi sono vergognato di quanto sono riuscito a pronunciare», afferma il trentenne che sembra aver agito più d'impulso che per reali motivazioni a sfondo razziale. 

«Salvini? Io non mi sono mai schierato politicamente, né avvicinato a gruppi o frange di estrema destra come Casa Pound. Me ne tengo alla larga. Forse inconsciamente, bombardati come siamo ogni giorno da telegiornali e radio, l'ho tirato in causa: metà delle cose che ho detto non me le ricordavo. Lo so, non è una giustificazione, ma sono stato travolto da un impeto di rabbia dopo una giornata di lavoro piuttosto difficile», ammette.

A far infuriare il giovane carpentiere alcuni atteggiamenti del suo nuovo dipendente, un giovane operaio di origini marocchine, assunto ad inizio giugno per dare una mano in azienda. A suo modo di vedere, non c'entra però il razzismo. «Quando l'ho assunto, dopo una settimana di prova, mi sono detto è un ragazzo in gamba, perchè non sfatare una volta per tutte i luoghi comuni. L'abbiamo tenuto con noi, anche se non era espertissimo. Dopo qualche giorno ha iniziato però a rimanere a casa perchè si sentiva poco bene». Il referto medico parlava di un'infiammazione alle gengive, forse dovuta alla scarsa idratazione. 

«Stavamo lavorando faticosamente alla costruzione di un tetto, sotto il sole cocente, e continuavo a ripetergli di bere acqua, di idratarsi, ma nulla. Non ne voleva sapere, per rispetto del periodo del Ramadan. Capisco il mangiare, ma neanche il bere? Mi ha detto che avrebbe bevuto solo se fosse stato in pericolo di vita. Non poteva stare in piedi. Anzi il rischio era quello che cadesse da un momento all'altro, mettendo a rischio l'incolumità anche degli altri colleghi che erano sul tetto. Se fosse successo qualcosa sarei andato nelle peste io - racconta la sua versione -. È stato a casa una settimana, promettendomi di rientrare quella dopo. Ma niente. Intanto il lavoro aumentava e anche mio papà, che ha quasi settant'anni, è dovuto venire a darmi una mano. Beh, non ci ho più visto». 

Ha preso il telefono e, seppur verbalmente, ha dato il peggio di sé. «Mio papà e mio fratello sono stati i primi a sgridarmi per come avevo reagito. Tutt'ora sono molto amareggiati per il mio comportamento. Ma avrei apprezzato di gran lunga se fosse venuto di persona a parlarmi e spiegare la sua situazione. Mai avrei alzato le mani, giuro. Non ho precedenti, nè sono un attaccabrighe. Solo che portare avanti una ditta a tent'anni non è facile, la pressione è tanta. Ho reagito così, colto da un momento di sconforto, da uno scatto d'ira. Me ne vergogno, ho davvero esagerato».

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