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Frattura e gamba più corta

Due centimetri mancanti

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Un errore di diagnosi sarebbe costato ad un bambino due centimetri di gamba. Per questo la famiglia del piccolo si è rivolta all'avvocato Elisabetta Zanin per avviare una causa civile contro l'Azienda sanitaria al fine di ottenere un risarcimento di decine di migliaia di euro per i danni patiti dal piccolo e dalla sua famiglia. La prima udienza del procedimento si terrà la prossima settimana.

I fatti risalgono a luglio del 2015 quando il bambino, che all'epoca aveva quattro anni, venne investito da una bicicletta in val di Fassa. Portato all'ospedale di Cavalese con una serie di escoriazioni al viso e al corpo, venne sottoposto a delle radiografie e gli venne diagnosticata una frattura della diafisi tibiale. Venne ingessato ma il decorso - stando al racconto dei genitori - non fu quello che si aspettavano tanto che, per verificare che effettivamente non ci fossero problemi, decisero di rivolgersi all'ospedale di Vipiteno per avere un secondo parere. Qui i medici si accorsero che l'incidente aveva provocato anche la rottura del perone che si era parzialmente saldato con il gesso, ma non in maniera corretta. 

A quel punto fu necessario un intervento chirurgico, che venne effettuato all'ospedale S. Chiara di Trento. Il calvario per il piccolo è durato mesi tanto che l'ultimo gesso è stato posizionato nel gennaio 2016, sei mesi dopo l'incidente, e la lunga immobilità, l'intervento e le cure non hanno comunque portato al recupero totale. La gamba interessata dalla frattura - secondo il perito - è tutt'oggi due centimetri più corta dell'altra. Un handicap compensato in parte dall'utilizzo di particolari plantari, ma che rappresenta comunque un problema che si spera con l'età possa in parte risolversi.

Per il momento comunque i lunghi mesi che il piccolo è rimasto fermo, le cure di cui ha avuto bisogno e la parziale disabilità hanno portato i genitori a richiedere un risarcimento danni sia all'Azienda sanitaria per la presunta errata diagnosi che all'investitrice. La difesa di quest'ultima avrebbe fatto presente che il piccolo - non adeguatamente controllato dagli adulti - si sarebbe letteralmente «gettato» in mezzo alla strada e che quindi l'investimento da parte sua sarebbe avvenuto senza alcuna colpa. L'Azienda sanitaria, invece, nelle sue memorie difensive punta sulle responsabilità dell'investitrice e sulla scelta della famiglia - ritenuta non opportuna - di rivolgersi ad un altro ospedale a cure non ultimate. Rimane comunque ora da accertare se la presunta errata diagnosi sia stata la causa della parziale invalidità.

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