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«A Trento Rise sicuri dell'impunità»

Motivazioni della prima condanna

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Indebita compiacenza, totale mancanza di controlli, falsi sistematici, spregiudicatezza e sicurezza di impunità. È un ritratto di Trento Rise - l'ex consorzio, ora in liquidazione, nato su iniziativa di Univesità e Fbk - a tinte fosche quello tracciato dalle 30 pagine di motivazioni della sentenza di condanna, scritte dal giudice Enrico Borrelli, nel procedimento sulle consulenze legali «gonfiate».
Gli incarichi all'avvocato.
«La compiuta ed analitica istruttoria ha dimostrato che le attività esposte dall'avvocato Coletti e di cui egli chiedeva il pagamento non corrispondevano alla realtà», scrive Borrelli. Secondo il giudice «l'istruttoria ha dato conto in modo analitico che tutte le numerose condotte indicate nei capi d'imputazione sono state oggetto di una falsa autodichiarazione.

Il professionista ha elencato nei rendiconti durate temporali e date di attività che non risultano effettivamente svolte o che hanno avuto durata sensibilmente inferiore a quella indicata nei prospetti. L'individuazione di questa palese e frequente difformità tra le attività esposte e quelle compiute è avvenuta sulla base di riscontri oggettivi».

Il giudice esclude l'affidamento e la buona fede, su cui al processo aveva battuto la difesa: «L'invio di falsi rendiconti, con successiva emissione di fatture puntualmente pagate, si fondava - sottolinea il giudice - su un rapporto di indebita compiacenza più che di fiducia, nella reciproca certezza che, in difetto di controlli effettivi, la somma richiesta (comprendente anche il lavoro non svolto) sarebbe stata integralmente e tempestivamente corrisposta».

Secondo Borrelli «la mera lettura dei prospetti di liquidazione dà conto dei rilevanti importi oggetto del contratto di appalto, e i numerosi elementi di falso rilevati danno conto di un'attività sistematica di falsa rappresentazione, in aperto contrasto con l'ipotesi dell'errore». Anzi, per Borrelli «l'assenza di cautele dà conto della spregiudicatezza dell'operazione e dell'assoluta sicurezza di impunità».
I documenti retrodatati.
Si legge in sentenza: «Le modalità di rinvenimento degli atti in questione appaiono significative in ordine all'inserimento della questione dei falsi in un più ampio disegno. Nonostante la natura degli atti, la natura dei soggetti e gli importi relativi, taluni atti non risultano rinvenuti negli uffici di Trento Rise ma rinvenuti presso le abitazioni». Inoltre «i quattro atti risultano redatti in due distinti archi temporali (ottobre 2013 e agosto 2014), a riprova che i reati (a consumazione istantanea) si sono inseriti in un sistema diffuso di prassi operative di illegalità».
Il ruolo di Giunchiglia.
Secondo Borrelli, l'ex presidente di Trento Rise, il docente universitario Fausto Giunchiaglia, non può ritagliarsi un ruolo di mera rappresentanza. «La tesi - si legge in sentenza - della sostanziale indifferenza (come quella della quasi incapacità di gestire vicende pratiche o burocratiche), oltre a risultare del tutto irrilevante rispetto ai contestati reati, in ragione dell'incarico rappresentativo ricevuto che non prevede forme di deresponsabilizzazione, è in contrasto con le acquisizioni probatorie ed in particolare con i frequenti, analitici e documentati interventi del prof. Giunchiglia sulle vicende di Trento Rise e dell'Ufficio legale desumibili dal tenore delle mail».

La mancata presenza a Trento di Giunchiglia quando (a sua insaputa, sostiene la difesa) venivano predisposti atti da lui firmati viene superata dal giudice con l'autorizzazione all'uso della firma scannerizzata». Inoltre, «la prospettazione difensiva secondo cui il prof. Giunchiglia fosse mero recettore di direttive altrui, soggetto ai margini di Trento Rise e persona invisa ai quadri direttivi e allo staff, al punto da divenire parafulmine di eventuali attività illecite è meramente dedotta, oltre a risultare del tutto contrastante con le copiose acquisizioni».

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