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Una guerra aperta al vertice dell'Itas

Parla Ermanno Grassi: Di Benedetto

un uomo solo al comando

La difesa del top manager: nessun ricatto, ho agito per il bene dell'azienda

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Più di un presidente, Giovanni Di Benedetto per l’Itas era, e per ora rimane, il capo assoluto. L’uomo contro cui nessuno può osare schierarsi, è un po’ benevolo padre di famiglia che dispensa consigli e ammonimenti («Ermanno - avrebbe detto a Grassi - non fidarti mai di nessuno, sospetta sempre di tutti...»); ma è un po’ anche un generale che comanda con il pugno di ferro, utilizzando anche armi non convenzionali, come «la cultura del sospetto sistematico».

Il ritratto senza veli del presidente di Itas è firmato da Ermanno Grassi, ex direttore generale di Itas, caduto in disgrazia dopo essere stato indagato per estorsione, truffa, calunnia e appropriazione indebita.

Quella resa nell’interrogatorio del 12 aprile scorso davanti al giudice Marco La Ganga è - ricordiamolo sin d’ora - una visione di parte. Di più: è la difesa di un top manager finito sotto inchiesta, mentre in questo procedimento penale Di Benedetto, insieme ad Itas, è parte lesa.

Al di là degli aspetti squisitamente giudiziari e difensivi, la deposizione di Grassi è uno spaccato su quello che l’ex direttore generale descrive come uno scontro di potere combattuto ai massimi vertici di Itas. Una battaglia senza esclusione di colpi - come dimostra l’utilizzo anche di un investigatore privato - che di fatto ha un unico, indiscutibile, vincitore: il capo supremo, l’ex senatore Dc di Pordenone Giovanni Di Benedetto, un 73enne capace di spianare la strada verso un suo quarto, e forse anche quinto, mandato ai vertici di Itas anche dopo la bufera giudiziaria che ha toccato la società.

Prima di contestare nel merito l’accusa di estorsione, Grassi, assistito dall’avvocato Matteo Uslenghi, fa un articolato preambolo. Descrive il «clima professionale e non» che si era creato con l’arrivo al vertice di Di Benedetto. L’ex dg racconta di aver avuto delle difficoltà di rapporto con il presidente che - questo sostiene Grassi - non perdeva l’occasione per mettere in chiaro che «è il presidente il capo dell’azienda, è il presidente il vertice».

Persino l’ex potente direttore generale, che in azienda i colleghi chiamavano «Zeus», doveva inchinarsi di fronte al volere del presidentissimo e fare «quasi da segretario personale» (parole sempre di Grassi). Quest’ultimo racconta di aver tentato di riequilibrare i rapporti, per il bene dell’azienda, quando ai vertici di Itas arrivò con i galloni di vicepresidente vicario Giuseppe Consoli.

Grassi dice di aver trovato in Consoli una figura di riferimento, a tratti anche un alleato nel cinturare i tentativi del presidente di mettere le mani anche in scelte di natura gestionale. L’intesa tra i due però non sarebbe piaciuta affatto a Di Benedetto che, riferisce l’indagato, non avrebbe perso l’occasione per ricordare a Grassi: sulle scelte strategiche «confrontati soltanto con me».

L’ex dg di Itas riferisce che l’invadenza del presidente avrebbe fatto venire «il mal di pancia», non solo allo stesso Grassi e a Consoli, ma anche ad altri funzionari e dirigenti chiamati di volta in volta dal presidente - e qui l’indagato lancia un riferimento velenoso - anche per questioni relative alle attività di agente a Pordenone (dove uno dei figli di Di Benedetto è titolare di un’agenzia Itas, ndr).

Per spiegare la scelta di ingaggiare uno 007 privato, Grassi davanti al giudice descrive anche il «clima personale» che si era creato in azienda, clima che lui descrive come «cultura del sospetto». L’indagato racconta che il presidente di Itas ascoltava molto le illazioni e faceva riferimenti ad episodi della vita privata dei dipendenti. Allo stesso Grassi avrebbe imputato di «essere troppo chiacchierato in azienda».

L’ex dg sostiene che l’illazione al pettegolezzo in Itas era diventata un fatto ordinario. «Io ho le mie fonti informative, ho i miei informatori...» avrebbe detto Di Benedetto a Grassi. Naturalmente tutto ciò non solo non ha alcun rilievo penale visto che il presidente di Itas è e rimane parte lesa, ma non è neppure sostenuto da fonti di prova. È la parola di Grassi che, da indagato, non vale molto senza riscontri.

A domanda del giudice, l’indagato risponde che di tutto questo non esiste documentazione alcuna. E neppure testimoni diretti, tranne uno: Grassi sostiene che Consoli sapeva di questo clima poco salutare per i dipendenti di Itas ma anche per la stessa azienda. La decisione di ingaggiare un investigatore privato sarebbe maturata in questo contesto, con l’obiettivo di individuare chi dall’interno faceva disinformazione. Secondo la difesa l’intento era dunque nobile: riportare un clima sereno in Itas, non certo fare del dossieraggio contro il presidente. Saranno i giudici a stabilire quanto c’è di vero nella difesa, a tratti accorata, di Grassi. Ma sin d’ora possiamo dire che l’idea di ingaggiare uno 007 fu una «bravata», come ammette l’indagato, che «pagherò nella vita».


«NESSUN RICATTO AL PRESIDENTE»

«Non ho assolutamente fatto attività di estorsione prima né ho mai pensato di farla dopo nei confronti del presidente Di Benedetto».
Parte da qui la difesa dell’ex direttore generale di Itas Ermanno Grassi, che lo scorso 12 aprile è stato sentito dal giudice Marco La Ganga per l’interrogatorio di garanzia. Poco meno di un’ora di confronto, assistito dal suo avvocato Matteo Uslenghi, per respingere al mittente la più pesante delle imputazioni, quella di estorsione, sulla quale si fonda la misura cautelare che ha portato alla sua interdizione (poi revocata) da incarichi direttivi. Questa è la sua «verità».

L’INVESTIGATORE PRIVATO

Da quando è esplosa la vicenda giudiziaria, la società ha continuato a ripetere che il presidente Di Benedetto non è stato mai oggetto di ricatto. Ma la procura ha tirato dritto e nell’avviso di conclusione delle indagini ha confermato anche l’ipotesi di estorsione. Lo stesso Grassi nega. Ma perché allora fare pedinare il vertice della compagnia? Il manager offre una versione alternativa. Sostiene intanto che la scelta di ingaggiare un investigatore privato non avesse nulla a che vedere con i premi o le presunte truffe, ma fosse stata presa in accordo con il vicepresidente Giuseppe Consoli per il bene dell’azienda (la difesa di Grassi ha depositato una consulenza tecnica relativa ai contatti telefonici che sarebbero intercorsi tra i due). Una ricostruzione, è bene sottolinearlo subito, che Consoli - sentito dagli inquirenti in qualità di teste - smentisce in modo netto.
Secondo Grassi a fronte del clima di sospetti che si respirava in azienda l’investigatore, già ingaggiato per compiere verifiche sull’ex dipendente licenziata Alessandra Gnesetti, sarebbe stato incaricato di pedinare anche un’altra dipendente (non dunque direttamente il presidente), che per il top manager avrebbe contribuito a gettare discredito su personale della compagnia.

LA MARCIA INDIETRO

La tesi del pm Carmine Russo è che il ricatto avesse un duplice scopo. Il primo riguardava la possibilità di incassare i premi, all’ordine del giorno del cda del 21 marzo 2016, dunque il giorno dopo lo scambio di messaggi whatsapp fra Grassi e l’investigatore: «Sono fritti». Ma Grassi sostiene che il giorno in cui si riuniva il consiglio non aveva comunque in mano alcun documento. E che in ogni caso - sempre secondo Grassi - lui e Consoli avrebbero deciso di non usare le informazioni raccolte dall’investigatore: «Affrontiamo le cose da uomini, vediamo di ragionare con Di Benedetto per fargli capire che per il bene dell’azienda dobbiamo condurre diversamente i rapporti tra di noi», si sarebbero detti.

PREMI GIÀ DECISI

Quanto alla liquidazione dei 392mila euro, Grassi replica che il passaggio in cda del 21 marzo 2016 era dettato solo da ragioni di trasparenza, ma che quelle somme erano già a bilancio 2015, stabilite da una precedente delibera e forse già accreditate: «Non potevo condizionare nulla».  

LE PRESUNTE TRUFFE E L’IMPUNITÀ

Il secondo obiettivo del ricatto, per il pm, riguardava l’impunità per le presunte truffe messe in atto ai danni dell’azienda. Contestazioni, come noto, nate dalle dichiarazioni dell’ex funzionaria Gnesetti che, licenziata con l’accusa di avere usato i fondi destinati ai gadget per scopi personali, ha spiegato di avere seguito la procedura indicata dell’ex ad. Ma anche in questo caso Grassi nega il ricatto: «Non avrei potuto estorcere il silenzio del presidente». Secondo Grassi, infatti, prima di esplodere nell’estate 2014, il caso riguardante l’ex funzionaria sarebbe stato «condiviso» per un anno con Di Benedetto e Consoli. Come dire che il presidente conosceva bene l’intera vicenda. Quanto alle accuse lanciate a suo carico dall’ex funzionaria, Grassi spiega che sarebbe stato lo stesso Di Benedetto ad invitarlo a non lasciare perdere: «Non tirarti indietro, devi fare querela, per la tua dignità». Cosa che avvenne. Nel dicembre 2015 la denuncia fu depositata in procura: «Mi ha accompagnato il presidente Di Benedetto».

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