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Itas, indagini chiuse con 5 indagati

Oltre a Grassi nei guai anche un dirigente

 

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La procura ha chiuso le indagini sul «caso Itas». In questi giorni ai 5 indagati nel procedimento penale viene notificato l’avviso di deposito atti.

Si tratta di una sorta di anticamera della richiesta di rinvio a giudizio: le difese ora avranno modo di accedere a tutti gli atti di indagine, potranno presentare memorie e gli indagati potranno chiedere di essere sentiti. Le accuse contestate all’ex direttore generale di Itas Ermanno Grassi e agli altri quattro indagati - tra cui c’è anche un dirigente di Itas -  sono identiche a quelle già indicate nel provvedimento cautelare interdittivo disposto a carico dell’ex dg. Ma questo non deve sorprendere: il confronto tra accusa e difesa  inizia ora. Ricordiamo che l’avviso di conclusione non va letto come una prognosi di colpevolezza. In questa fase, infatti, le accuse sono ancora tutte da dimostrare.

«Ben venga la chiusura delle indagini - si limita a dire l’avvocato Matteo Uslenghi, legale di Grassi - si entra così nella fase della “disclosure”, un momento in cui la difesa diventa protagonista perché ha accesso a tutti gli atti». L’obiettivo dichiarato dai legali di Grassi è far cadere le accuse, a partire dal reato di estorsione.

Ricordiamo, dunque, per sommi capi, quali sono le imputazioni, in totale dieci,  per i singoli indagati.

La prima, la più pesante, l’accusa che ha portato all’interdizione di Grassi, è la presunta estorsione ai danni del presidente di Itas Mutua Giovanni Di Benedetto. La procura sostiene che l’ex dg avrebbe raccolto informazioni personali su Di Benedetto, ingaggiando un investigatore privato, per fare pressioni sul presidente di Itas Mutua. Secondo i pm l’obiettivo era incassare i premi per il 2015 ed evitare conseguenze per le condotte oggetto di indagini interne. La procura dunque conferma le sue accuse anche se la presunta vittima nega decisamente di aver mai subito pressioni da Grassi. Una posizione, ribadita da Di Benedetto in una memoria, che certo sarà valorizzata dai legali di Grassi.

La seconda imputazione è un’ipotesi di truffa con due indagati. Grassi - sostiene l’accusa - avrebbe ottenuto un ingiusto profitto a danno di Itas in relazione ad una Porsche Cayenne venduta ad una società padovana e poi noleggiata. Similare è la terza imputazione, dove però protagonista è una Porsche Carrera 911. Qui gli indagati sono tre.
Il quarto capo di imputazione è ancora truffa, ma in questo caso secondo la procura è solo tentata. L’ex dg avrebbe tentato di addebitare ad Itas il pagamento di una badante per la madre. C’è poi un’ipotesi di calunnia. Secondo la procura Grassi avrebbe accusato l’ex funzionaria Itas licenziata (la donna che con  le sue rivelazioni ha poi fatto partire le indagini) di aver mentito sulla questione della badante.
Il sesto capo di imputazione è ancora una volta un’ipotesi di truffa. Si contesta a Grassi un volo a bordo di un aereo privato, assieme ai figli, da Rimini a Palma di Maiorca. Volo per andare in vacanza pagato da Itas facendolo apparire come relativo ad un evento di lavoro ad Amburgo e Berlino.

Il successivo capo di imputazione, sempre su un’ipotesi di truffa, vede indagato anche un dirigente di Itas. Al centro degli accertamenti ci sono le spese di ristrutturazione ed arredo di un attico di Itas in piazza Silvio Pellico affittato a Grassi.

L’ottavo capo di imputazione è un’ipotesi di falso: gli indagati sono due. È una vicenda minimale, ma secondo i pm penalmente rilevante: Grassi, multato per eccesso di velocità (correva a 112 orari a fronte di un limite di 70) avrebbe dichiarato, per evitare la perdita di punti patente, che alla guida della vettura c’era una sua collaboratrice (la donna che poi fece partire le indagini).

La nona imputazione, con due indagati, riguarda  un’altra  ipotesi di truffa. Anche qui gli indagati sono due. La  contestazione è relativa all’assunzione come collaboratrice presso la ditta Target (che rifatturava per Itas beni e servizi relativi a spese di rappresentanza) della ex moglie di Grassi a cui la società pagava uno stipendio di 6.200 euro netti al mese.

L’ultimo capo di imputazione, sempre per truffa e con due indagati, è relativo alla presunta appropriazione di beni di lusso acquistati da Itas. Quest’ultimo capitolo è in realtà il primo in ordine temporale: è proprio dalle contestazioni sull’acquisto e gestione di regali, vestiti e beni di lusso che iniziano le rivelazioni della dipendente poi licenziata. Preziosa testimone per la procura e per i carabinieri, ma - parrebbe - anche lei indagata.

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