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Bufera Itas: indagato il direttore generale Grassi

Per il manager ipotesi di truffa, estorsione e calunnia

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Dalle auto di lusso, che sarebbero finite «sul conto» dell’azienda, fino al ricatto contro il vertice della compagnia assicurativa.

È una bufera giudiziaria senza precedenti quella che si è abbattuta sul Gruppo Itas, colosso assicurativo non solo regionale ma nazionale, e in particolare sul suo direttore generale, Ermanno Grassi. Il top manager è infatti indagato per truffa, calunnia ed estorsione, reato quest’ultimo per il quale nei giorni scorsi è stato raggiunto dalla misura cautelare dell’interdizione temporanea dalle funzioni di direttore generale nell’ambito di un’inchiesta condotta dai carabinieri del Ros di Trento e nata dalla denuncia di una ex funzionaria licenziata.

Alla luce del provvedimento - chiesto dai pubblici ministeri Carmine Russo e Marco Gallina e firmato dal gip Marco La Ganga - Grassi non può dunque svolgere incarichi dirigenziali. Ieri mattina, dopo l’interrogatorio, la decisione di Grassi di fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni dall’incarico che ricopriva dal 2012. «Per consentire all’azienda e a me stesso maggiore serenità», come evidenzia il diretto interessato. Non certo un’ammissione di responsabilità.
Anzi. Grassi ieri mattina non si è sottratto al confronto con i magistrati, deciso a fare cadere tutte le accuse e a dimostrare di avere sempre operato con correttezza e trasparenza durante la sua lunga militanza in Itas. «Non c’è stato alcun ricatto», evidenzia l’avvocato Matteo Uslenghi, spiegando di avere prodotto prove e documentazioni.

IL RICATTO ED IL PREMIO

L’episodio più grave di cui deve rispondere Grassi riguarda una presunta estorsione nei confronti del presidente Giovanni Di Benedetto. Secondo l’accusa - ma ovviamente in questa fase si tratta di contestazioni ancora da provare - Grassi, dopo essersi rivolto ad un investigatore privato, avrebbe ricattato il numero uno del Gruppo Itas su questioni personali, riuscendo in questo modo a farsi dare - sotto forma di premi - 392 mila euro. Bonus che sarebbero stati intascati in gran parte dall’ex direttore generale, ma anche da altre persone, la cui posizione è ora al vaglio della magistratura.  

IL FONDO PER I GADGET

Sono vari gli episodi di truffa che vengono contestati all’ex dg del Gruppo Itas, accusato di avere caricato sui bilanci aziendali beni ritenuti personali, a partire da due costose Porsche (si veda il pezzo a lato). Uno di questi riguarda il presunto uso improprio del fondo destinato ai gadget aziendali. Secondo l’accusa, tra il 2013 e il 2014, Grassi avrebbe fatto acquisti per circa 430 mila euro. Ma non si sarebbe trattato di oggetti di «rappresentanza», bensì di beni personali - ci sarebbero vestiti e oggetti acquistati in boutique della città ma anche fuori regione - che il manager avrebbe comperato per sé e per altri dirigenti. Acquisti che sarebbero stati perfezionati attraverso una società privata, che poi li avrebbe fatturati ad Itas.

PULIZIE E VACANZA IN AEREO

Sempre secondo l’accusa, Grassi avrebbe messo sul conto dell’Itas anche una costosa vacanza a Palma de Maiorca, un viaggio fatto con i figli usando un aereo privato, che sarebbe costato ben 15mila euro. Un’altra contestazione di truffa riguarda invece il fatto di avere chiesto ad una dipendente della ditta di pulizie che cura gli uffici del Gruppo Itas di pulire anche l’appartamento dei genitori. Lavori che sarebbero stati però pagati dalla stessa Itas, per una somma di circa 17mila euro.

IL LAVORO ALL’EX MOGLIE

Secondo l’accusa, Grassi si sarebbe preoccupato di trovare anche un’occupazione per l’ex moglie. Il problema è che, anche in questo caso, l’operazione avrebbe creato un danno alle casse di Itas. In che modo? L’ex ad avrebbe fatto assumere l’ex consorte da una società che svolgeva dei servizi per la compagnia assicuratrice, facendo rientrare in un budget più «ricco» anche lo stipendio della moglie, con un contratto che però non avrebbe nemmeno previsto l’obbligo di presenza in ufficio.

LA CALUNNIA

Grassi deve rispondere anche di calunnia. Ipotesi che si riferisce al contenzioso sorto con una ex funzionaria licenziata, la cui causa di lavoro è ancora pendente e che ha fatto partire l’inchiesta dei carabinieri (si veda il pezzo a fianco). La donna era stata accusata da Grassi di avere usato oltre 400mila euro del fondo destinato ai gadget per acquisti personali.


DALLE PORSCHE AI LAVORI IN CASA PAGATI DA ITAS

Sul conto dell’Itas, secondo l’accusa, non sarebbero finiti solo abiti eleganti o pulizie in casa.

C’è anche l’acquisto di una Porsche Cayenne da 80 mila euro (presa in leasing) e di una Porsche Carrera 911 da 160mila euro, tra le operazioni che vengono contestate ad Ermanno Grassi. Auto di lusso prese da una società di leasing a cui poi la compagnia assicuratrice avrebbe pagato una sponsorizzazione di circa 200 veicoli.
Ma nell’elenco dei presunti raggiri che vengono contestati al top manager ci sarebbero anche gli arredi acquistati per la casa ed alcuni lavori realizzati nell’appartamento di piazza Silvio Pellico. Un appartamento di proprietà dell’Itas, dove Grassi vive e per il quale paga l’affitto.

Sempre secondo l’accusa, per questi locali sarebbero stati acquistati mobili e realizzati lavori di domotica per un valore di oltre 600 mila euro. Un intervento che però sarebbe stato pagato dalla compagnia assicuratrice, figurando come intervento per una nuova sede Itas.
Questo almeno è quando emerso dall’indagine condotta dai carabinieri del Ros di Trento, proseguita per circa un anno e mezzo. Ma perché sull’operato del top manager si sono accesi i riflettori della magistratura?

Tutto, come detto, prende le mosse da un contenzioso di lavoro per un licenziamento. Una vertenza che risulta ancora pendente.
A dare il via all’indagine, infatti, sono state le dichiarazioni rese da una ex funzionaria dell’Itas, una collaboratrice di Grassi, accusata di avere usato il fondo destinato ai gadget aziendali per acquistare borse e abiti di lusso (387mila euro nel 2013 e 47 mila nel 2014). La donna nel settembre 2014 era stata sollevata dal suo incarico e destinata ad un altro (il Tribunale nell’aprile 2015 aveva riconosciuto il demansionamento).

A maggio erano seguite la lettera di contestazione e il licenziamento per avere utilizzato quel fondo in modo indebito. Un provvedimento che l’ex funzionaria ha però impugnato, spiegando di essersi limitata ad eseguire gli ordini che le avrebbe impartito Grassi e di avere applicato una prassi consolidata.
In primo grado, però, i giudici le hanno dato torto e ora la vertenza è pendente in appello.

La donna, tuttavia, non si è limitata a difendersi in tribunale e ha deciso di rivolgersi direttamente ai carabinieri del Ros per denunciare l’accaduto. Una vendetta? Lo diranno i giudici.

Certo è che, da qui, sono partite le indagini. Gli accertamenti, condotti d’intesa con la procura, avrebbero fatto emergere le presunte truffe di Grassi ai danni di Itas. Per mesi i militari, anche attraverso l’acquisizione di documentazione presso la società di assicurazioni, hanno vagliato l’operato del manager, fino ad arrivare alla scoperta della presunta estorsione ai danni del presidente, che avrebbe versato a Grassi 390 mila euro sotto forma di benefit.

Un «ricatto» che il presidente Giovanni De Benedetto non ha mai denunciato e che il diretto interessato nega in modo assoluto di avere messo in atto. Un’estorsione che sarebbe stata compiuta quando ormai molti - nei corridoi della sede Itas - sapevano che c’era un’indagine in corso, viste le molteplici «visite» degli investigatori.

GRASSI SI DIMETTE DA DIRETTORE

Ieri mattina, di fronte ad un consiglio di amministrazione di Itas Mutua convocato in via straordinaria, il direttore generale del gruppo assicurativo Ermanno Grassi ha comunicato le sue dimissioni dall’incarico «per motivi personali», anticipando possibili conseguenze della misura cautelare di interdizione temporanea dagli incarichi direttivi decisa dal Gip di Trento Marco La Ganga.

In questo modo, dice Grassi, la compagnia e lui stesso possono affrontare meglio questo frangente. «È stato un atto dovuto per consentire all’azienda e a me di essere sereni, per garantire entrambi».

Grassi fa capire che per lui l’abbandono dell’incarico potrebbe non essere definitivo. «Una volta chiarita la situazione» dice. Situazione che ritiene di aver chiarito nella stessa mattina di ieri davanti al Gip La Ganga e al Pm Carmine Russo, dove ha risposto alle contestazioni che gli vengono avanzate producendo anche materiale documentario.

Grassi, in un primo momento, sostiene di essere stato ascoltato «nell’ambito di una procedura per una causa di lavoro, una vicenda che si trascina da tempo, che riguarda attività interne del personale, questioni di rilevanza interna, non l’azienda Itas».

Ascoltato quindi anche nella sua qualità di direttore generale e di responsabile del personale.

Alla domanda se sia stato ascoltato dai magistrati come persona informata dei fatti o in un’altra posizione, però, sorride e anche al telefono si capisce che è un sorriso amaro. «L’attività istruttoria è in corso. Non mi chieda altro, siamo tenuti alla segretezza». Poi lascia parlare il suo avvocato.

La causa di lavoro, infatti, è solo l’inizio della storia, che è andata molto al di là, con ipotesi di reati di rilievo penale. Grassi tuttavia ripete più volte che si tratta di questioni delicate che ritiene di aver già chiarito.


 

DE BENEDETTO: VICENDA NON TOCCA L’ITAS

Se c’è una persona per cui la qualifica di democristiano non è certamente un’offesa è Giovanni Di Benedetto. Il presidente del gruppo Itas, al vertice dal 2012 dopo una lunga carriera da agente assicurativo, è stato infatti, tra l’altro, consigliere e assessore della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e senatore proprio per la Dc. In effetti, interpellato sul caso Grassi, fa del suo meglio per smorzare la vicenda.
«C’è una vicenda personale che riguarda una ex dipendente - dichiara Di Benedetto - Grassi è stato chiamato dai magistrati come persona informata dei fatti. Se ci fosse qualcosa di più faremmo un comunicato stampa».

Poi però dal Tribunale emerge che c’è qualcosa di più. Si parla di reati gravi presidente, di estorsione e truffa e c’è un’indagine penale avviata. «Quando verrò a conoscenza della cosa me ne occuperò - risponde Di Benedetto - Al momento non ho cognizione di nulla. Se dovessimo essere informati, se ci dovesse essere qualcosa, valuteremo».
Poi però ammette: «Stamattina (ieri mattina ndr) c’è stato un consiglio di amministrazione di Itas Mutua. Un consiglio però secretato: non posso dirle gli argomenti di cui abbiamo discusso». L’argomento centrale era proprio quello di cui si parla in queste pagine: presunte responsabilità penali del direttore Grassi. Che ieri mattina, appunto, si dimette dopo la misura interdittiva decisa dal Gip, che gli impedirebbe comunque, almeno temporaneamente, di svolgere la funzione di direttore generale.

Di Benedetto è preoccupato soprattutto dell’impatto di questa vicenda sull’Itas, proprio dopo l’espansione di questi anni e l’acquisizione del ramo italiano del gruppo britannico Rsa, che hanno portato la compagnia regionale nella top ten assicurativa italiana. In cda sono preoccupati: come la raccontiamo questa vicenda ai rappresentanti dei quasi 700 mila soci assicurati convocati nell’assemblea annuale il prossimo 27 aprile al Centro Congressi Interbrennero?

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