Salta al contenuto principale

Addio Arturo, il «barbone buono»

conosciuto da tutta la città

Chiudi
Apri
Chiudi
Apri
Tempo di lettura: 
5 minuti 44 secondi

Per tutti, grandi e piccoli, era semplicemente «l'Arturo», rigorosamente con lo scorretto ma confidenziale articolo davanti. Ed era il «barbone buono» di Trento. Oggi lo si definirebbe clochard. Arturo Caumo si è spento oggi, all'età di 66 anni. Un pezzo di storia della città di Trento, un uomo, la cui vita è stata segnata dalla solitudine, conosciuto da tutti. Il funerale si svolgerà a Nomi, presso la Cappella della casa di riposo, venerdì 27 gennaio alle 10. 

La famiglia era di Ronchi Valsugana, poi l'assistenza sociale e l'affido, i tanti anni da senzatetto, e gli ultimi trascorsi alla casa di riposo di Nomi. «L'Arturo» è stato parte del tessuto sociale trentino, conosciuto, a volta sopportato ma comunque rispettato da tutti, anche quando esagerava con l'alcol. Don Dante lo definì «il barbone buono» e lo aiutò per tanti anni al Punto d'Incontro. 

Una delle ultime volte che è stato vvisto in città risale a tre anni fa, per il funerale di don Dante Clauser: «... ma dietro di loro spunta subito la faccia sorridente di Arturo Caumo, storico clochard del punto del Punto d'Incontro, che oggi vive nella casa di riposo di Nomi. Elegantissimo, con tanto di cravatta... ». 

Così, vent'anni fa, sull'Adige del 13 dicembre 1997, Renzo Maria Grosselli parlava di lui. 

In sei mesi sono andati a raccoglierlo 200 volte.  Più di una volta al giorno di media. Lo hanno sbarbato e pulito. Poi gli  hanno dato anche una brandina per la notte. Spesso, lo hanno fatto sulla  propria pelle: cioè raddoppiando gli sforzi sul lavoro, o prolungando la  loro permanenza in ospedale. Lui è Arturo Caumo, assieme a "Marcel" l'ultimo  vero clochard di Trento. E loro sono gli operatori del Pronto Soccorso  del S. Chiara di Trento (ma a questi dovremmo aggiungere i ragazzi del  118 che agiscono sulle aumbulanze). Arturo, che qualche gruppo di cittadini  ha deciso di eleggere "trentino del 2000" nel referendum lanciato dall'«Adige»,  sta diventando un vero problema. Certo, innanzitutto un problema di umanità:  fa tenerezza la scelta che sta dietro allo spegnersi di quella vita. Ma  poi, realisticamente, il problema diventa economico e sanitario. Perchè  300-400 interventi all'anno del 118 costano uno sproposito alla comunità,  ed anche perchè gli operatori del Pronto soccorso del S. Chiara costituiscono  il presidio più avanzato dell'assistenza sanitaria in città e per loro  un secondo di tempo può voler dire la salvezza o la condanna di una vita.  

Ed al di là di Arturo Caumo, il problema è anche più vasto: il Pronto soccorso  sta diventando il rifugio di una fetta, pur piccola, di umanità piagata  (fatta di extracomunitari e tossicodipendenti) che pare non trovare spazio  nel variegato tessuto assistenziale e solidaristico trentino, privato e  pubblico. «Il problema è quello della stagione fredda - afferma il dottor  Antonio Sismondini del Pronto soccorso - Un certo numero di persone che  non ha altri luoghi di possibile ricovero, in qualche modo ce la troviamo  qui. Quando umidità e freddo sono minori, buttano un cartone su un prato  e si sentono meglio che qui da noi». Ma scusi, dottore, non ci sono Bonomelli,  Punto d'Incontro ed altre entità? «Certo. Ma i locali dell'ospedale sono  l'unica struttura sempre aperta e riscaldata. E sarebbe demenziale, mi  pare, allontanare a forza costoro. Noi, evidentemente, abbiamo tentato  in tutti i modi di sollecitare il comune, l'assistenza sociale, il volontariato  cattolico o laico. Ma non siamo mai riusciti a toglierci l'incombenza di  far fronte a queste situazioni». E non si tratta solo di Arturo. «Anche  per gli extracomunitari siamo l'ultima sponda - osserva il dottor Sismondini  - Ma questi non sono habitué: li vedi per 2-3 sere, poi più. Poi c'è qualche  tossico. Ma ultimamente il fenomeno si è ridimensionato per una politica  di forte dissuasione che abbiamo messo in essere. Li curiamo solo come  "urgenza", quando sono in crisi di astinenza. Altrimenti li invitiamo a  rivolgersi al Sert con cui siamo in diretto contatto». Una infermiera  del Pronto soccorso (che preferisce l'anonimato) ritiene che nemmeno i  cittadini di Trento usino metodi corretti nei confronti di Arturo Caumo:  «Come cittadina mi irrita che Arturo sia sempre qui. Trovo scorretto -  afferma perentoria - che ci arrivi con i mezzi pubblici. In 6 mesi è giunto  qui 200 volte in ambulanza. Perchè il buon cittadino chiama sempre il 118».  Che gli fate quando arriva? «C'è un accordo con il Punto d'Incontro: a  noi tocca una prima lavatura, poi vengono i loro volontari, lo rilavano  e lo rivestono». Arturo non è una persona agressiva ma spesso giunge al  Pronto soccorso quando gli operatori sono occupati allo spasimo per salvare  qualche vita.  «Questo è un lavoro molto faticoso - asserisce il dottor  Antonio Sismondini - e di molta dedizione. Un impegno devastante, al limite  della vivibilità per gli operatori. E si lavora anche più dei colleghi  di altri settori perchè quando c'è un'urgenza ci si ferma. Qui vediamo  tutte le patologie in prima battuta. E spesso la battaglia per la vita  o la morte passa per il Pronto soccorso. Se non si riesce a stabilizzare  una persona in condizioni critiche, non è poi possibile avviarla a cure  specialistiche. Ed in certi casi anche qualche secondo è fondamentale».  In quei secondi, quindi, personale medico e paramedico non dovrebbero avere  a che fare con problemi «altri» (pur se umanamente altrettanto importanti).  

Quello degli operatori del Pronto soccorso è anche un lavoro pericoloso.  Si opera nell'emergenza in tempi di Aids, ma anche di nuova virulenza della  Tbc e di varie malattie veneree. Ma anche perchè al pronto soccorso capitano  anche coloro che, per varie ragioni, menano le mani (tossici, ubriachi,  squilibrati). Recentemente due tossicodipendenti, a cui la dottoressa aveva  negato il metadone, hanno preso una forbice e tagliato i fili del telefono,  portandoselo via. Eppure il personale ama il proprio lavoro: «Non potrei  farne un altro - dice la nostra infermiera - ed i colleghi che abbandonano  lo fanno solo per pensionarsi. Qui l'umanità vien fuori tutta, in ogni  momento». Anche quella umanità che porta gli uomini e le donne del Pronto  soccorso, e del 118, ad aiutare ogni giorno anche coloro che dovrebbero  essere assistiti da altri operatori. E tra loro Arturo Caumo. Ma ora, in  tempi di riformulazione del Welfare, la cosa dovrà trovare altre soluzioni:  per non far pagare un costo economico straordinariamente alto alla comunità,  o rischi impropri a chi al Pronto soccorso ci arriva in fin di vita. Con  la certezza che sono anche altre le vie, dense di umanità, attraverso cui  poter soddisfare i bisogni di Arturo e di altri.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?