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Trento, ecco le facoltà

che garantiscono il posto

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A cinque anni dalla laurea, tra 2010 e 2015, chi ha ottenuto il titolo all’Università di Trento vanta un’occupazione nell’88,7% dei casi, mentre la disoccupazione è al di sotto del 6%. Ma tra le varie facoltà ci sono grosse differenze, anche in termini di salario netto mensile dichiarato dai laureati intervistati da Almalaurea. In media, dopo 5 anni, il posto di lavoro garantisce ai laureati trentini un reddito netto pari a 1.487 euro, ma ci sono ancora grosse differenze tra uomini e donne, con i primi che guadagnano mediamente molto di più delle colleghe laureate. E anche tra facoltà e facoltà la distanza è molto ampia: tanto che si va da un guadagno di 1.800 euro medi mensili netti a entrate che raggiungono i 1.100 euro netti al mese.

DISOCCUPATI, INGEGNERIA SENZA PROBLEMI

Se si guarda ai dati relativi al tasso di disoccupazione, calcolato come chi cerca lavoro ma non lo trova rapportato sul totale della forza lavoro, la situazione migliore si registra in una facoltà tecnica, il peggior risultato in una facoltà di tipo umanistico. Al vertice c’è, infatti, ingegneria, i cui laureati nel 2010, nel 2015 erano disoccupati solo nel 2,4% dei casi. È, invece, sociologia la facoltà i cui laureati a 5 anni dal titolo sono quelli con il più alto tasso di disoccupazione, ovvero oltre il 15%.

OCCUPATI, ECONOMIA SENZA RIVALI

Dopo cinque anni dal titolo a svettare sul fronte del tasso di occupazione è economia. Per chi si è laureato nella facoltà trentina della scienza triste, il tasso di occupazione è pari al 95%. Se si considerano le altre facoltà trentine analizzate da Almalaurea, il tasso più basso è di Giurisprudenza che vanta l’82,5%.

POSTO STABILE PER IL 73%

A livello di ateneo, dopo 5 anni dal titolo, i laureati trentini hanno un posto stabile nel 73,4% dei casi. La cifra si ottiene sommando il 26,1% di laureati che dichiara di avere un lavoro autonomo effettivo (quindi essere di fatto un libero professionista o un imprenditore) e il 47,3% che ha un posto di lavoro a tempo indeterminato. Oltre un quarto dei laureati dopo 5 anni dalla laurea non ha ancora un posto stabile. Se si guarda all’inquadramento definito non standard, che comprende il contratto a tempo determinato, somministrazione, intermittente, i lavori socialmente utili e di pubblica utilità, si arriva al 18,4% del totale. Il restante 9% circa è costituito dal contratto a tutele crescenti (lo 0,5% appena) previsto dal jobs act e che prevede i primi tre anni senza la copertura dell’articolo 18, dai contratti formativi (1,5%), i contratti parasubordinati (contratto a progetto e collaborazione coordinata e continuativa) al 3,1% e il 2,2% di altri tipi di contratto autonomo (lavoro accessorio, collaborazione occasionale e così via). Lo 0,8% è invece senza contratto.

GUADAGNI, MEDIA SOTTO 1.500 EURO

In totale il salario mensile netto è al di sotto dei 1.500 euro. Secondo Almalaurea nel 2015, a 5 anni dal conseguimento del titolo, i laureati trentini ora occupati arrivano a quota 1.487 euro, media tra i 1.663 euro dei laureati e 1.334 euro delle laureate. Grosse sono le differenze sia tra uomini e donne, come si vede, sia tra le diverse facoltà. In particolare, se si guarda a chi guadagna di più, si nota come chi esce da scienze matematiche porti a casa 1.800 euro netti al mese, con gli uomini che sono a quota 1.912 e le donne a 1.451 euro. In fondo alla classifica troviamo scienze cognitive che sono a quota 1.069 euro netti al mese, con gli uomini che guadagnano meno e si fermano a 792 euro e le donne che salgono, per così dire, poco sopra quota 1.100 euro. Anche facoltà che un tempo davano prospettive di guadagni importanti sembrano aver subito una battuta d’arresto. Così, ad esempio, giurisprudenza vede un salario medio di 1.365 euro e ingegneria di 1.587 euro netti. «Per quanto riguarda la difficoltà di avere salari elevati in alcuni ambiti - commenta il rettore dell’Università trentina, Paolo Collini - si nota come la ragione sia collegata a un mercato del lavoro molto affollato, ad esempio se guardiamo agli avvocati, in cui si entra al lavoro molto tardi dopo una serie di anni di tirocinio. Ma anche in altri settori, in cui lo sbocco nel pubblico era una certezza, si è arrivati a una chiusura. Basti pensare alla scuola, in cui le assunzioni sono state bloccate per anni, e in cui a causa del calo demografico c’è stata una riduzione del fabbisogno di docenti».


 

IL RETTORE: PAGHE BASSE, TANTI SE NE VANNO

«Le paghe basse dei laureati? Purtroppo questo è un Paese che paga poco le competenze e distingue poco tra chi è laureato e chi è diplomato. Non per nulla tanti giovani vanno via, all’estero, dove al primo impiego hanno salari più elevati di quelli che ottengono in Italia. Gli stipendi di ingresso dei laureati da noi sono bassi». Il rettore Paolo Collini commenta così i dati che emergono dall’analisi di Almalaurea del 2016.

Sul fronte dell’accesso al mercato del lavoro, poi, Collini sottolinea come la «differenza tra le facoltà è storica e si è accentuata in questi anni, perché gli sbocchi si sono quasi chiusi come quelli della scuola per lettere o della pubblica amministrazione per i laureati in giurisprudenza».

A questi elementi va aggiunta una nuova variabile che rimette completamente in discussione la vita lavorativa del prossimo futuro: la rivoluzione digitale. «Il tema generale - sottolinea ancora Collini - e che riguarda un po’ tutti è che ci sono dei cambiamenti strutturali nel mercato del lavoro dovuti alla tecnoogia. Con una differenza sostanziale rispetto a un tempo. Se qualche anno fa si pensava che la tecnologia andava a sostituire il lavoro nelle sue dimensioni più semplici e ripetitive, oggi si prevede che la tecnologia eliminerà sì professioni meno elevate, come gli autisti dei taxi sostituiti dalle auto che si guidano da sole, ma anche molti lavori che erano ben pagati e importanti e in cui c’era un elemento di giudizio». Collini porta come esempio «gli analisti di una banca, molte di queste funzioni vengono via via automatizzate e affidate alle macchine».

In questa rivoluzione tecnologica, per Collini, ci sono due elementi: «Il primo è tipico delle rivoluzioni tecnologiche, ossia il fatto che gli occupati di un settore smettano quel mestiere per andare a farne un altro. Il secondo è il rischio che i cambiamenti avvengano più volte durante la vita lavorativa. In questo senso sta la novità e tutti coloro che stanno in una professione si devono reinventare continuamente».
Per il rettore «siamo in un periodo di trasformazioni sociali profonde, basti pensare a come sono cambiate alcune professioni che si consideravano sicure e protette, come i bancari che negli anni ‘60 erano dei piccoli re, e che ora sono stati in parte sostituiti dalla banca on line».

Collini, insomma, chiarisce che a fronte del «lavoro che cambia» «le persone devono essere flessibili. Certamente ci sarà tanto lavoro per chi si occupa di tecnologie, ma sarà un mondo in cui i saperi tradizionali e specialistici saranno meno importanti. Ciò che conterà sarà l’esperienza e il talento personale, più dell’esperienza e della conoscenza specifica. Faccio un esempio: una volta un laureato in giurisprudenza doveva sapere tante nozioni. Oggi digitando due parole su Internet posso diventare in pochi secondi esperto di qualsiasi ambito giuridico».

Invece «occorre essere in grado di usare, accanto alla competenza tecnica, la propria capacità di tessere relazioni, di pensare in maniera profonda, la propria esperienza insomma». E agli studenti che frequentano l’università o la intendono frequentare in futuro, Collini indica alcuni suggerimenti di fondo. «Agli studenti diciamo di rendere l’esperienza formativa più ricca dell’apprendimento classico, attraverso periodi all’estero, fequentando cultura e lingue diverse». A che facoltà iscriversi? «Venti anni fa avrei detto: “fai economia e ingegneria e trovi lavoro, ma non lettere”. In futuro sarà meno importante la competenza tecnica, ma sarà decisivo avere più saperi e essere flessibili».

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