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Cima Verde: una casa accogliente

per chi non ha più speranza

Qui si potrà morire con dignità

«Niente simboli religiosi: questo è un luogo per tutti»

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Il nuovo hospice di Trento si chiama Cima Verde: per la vista che da lì si gode sulla vetta del Bondone, con quel colore che evoca la natura e la speranza. L’inaugurazione è stata una festa, con centinaia di persone presenti, autorità e politici, taglio del nastro e buffet.

Un’atmosfera che potrebbe sembrare ingiustificata visto il tipo di struttura e quello che, inevitabilmente, accadrà in quelle mura e in quelle dodici stanze.

Ma non è così: quel clima di emozionata felicità e di meritata festa per un traguardo raggiunto era del tutto legittimo. Perché se è vero, senza inutili giri di parole, che a Cima Verde le persone moriranno e piangeranno, è altrettanto vero che lassù dovranno trovare una normalità, un ambiente accogliente e sereno, una mano tesa e un sorriso, per poter affrontare con dignità gli ultimi giorni e le ultime ore di vita. Vivere bene, quindi, il fine vita: perché se ogni persona trascorre tutta l’esistenza cercando di alzare la propria qualità della vita, è giusto che esistano luoghi dove trovare la miglior qualità della morte possibile.

 

 

La Casa Hospice  è di proprietà di Patrimonio Trentino spa ed è stata concessa in comodato gratuito.

Sarà gestita direttamente dalla Fondazione Hospice Trentino onlus ed è inserita nella rete di Cure palliative dell’Azienda provinciale per i servizi sanitari.

La struttura è grande, bella e moderna: ha 12 stanze, di circa 30 metri quadrati ciascuna, luminose e curate anche nei dettagli affinché l’ospite e i suoi familiari si sentano «a casa». Cima Verde è disposta su due piani: in quello terra ci sono gli uffici, una sala polifunzionale, salette per colloqui, day service, camere mortuarie e sala culto («Senza simboli religiosi, sarà un luogo per tutti», ha detto la presidente Milena Di Camillo). Al primo piano le stanze, i locali del personale, i bagni assistiti, le cucine, lo spazio famiglie.

Il personale si compone del direttore operativo, del direttore sanitario, di un coordinatore infermieristico (distaccato, per un anno, dall’Azienda sanitaria), di 11 infermieri e 6 Oss, di un medico (fornito dall’Apss, Unità operativa cure palliative). Inoltre, in rapporto di libera professione, ci sono una psicologa e due fisioterapisti. Infine, per chi lo desiderasse, un assistente spirituale. I primi ingressi sono previsti entro gennaio.

In Trentino ci sono così 28 posti totali per malati terminali: 12 in via Menguzzato, 7 a Villa Igea e 9 a Mori.

 

 

Per quanto riguarda Villa Igea, l’hospice si è trasferito dall’ospedale San Giovanni di Mezzolombardo a Trento nel marzo 2010, a seguito dello sgombero dell’ospedale rotaliano. La struttura dispone di 7 posti in stanze singole Nel 2015 ci sono stati 169 ingressi (compresi i rientri) di cui 10 non oncologici (soprattutto Sla per periodi di tregua e sollievo alla famiglia, anche ripetuti nell’anno).

Le giornate di assistenza sono state 2198, i decessi 103, le dimissioni 50.

Nella struttura operano 6 infermieri e 7 oss dell’Azienda Sanitaria. Infermieri e oss sono presenti 24 ore su 24 con un coordinatore di percorso.


«ASSISTERE È ASCOLTARE E STRINGERE UNA MANO»

Federica Bresciani è la coordinatrice infermieristica delle cure palliative. Raccontato la propria esperienza in questo settore. Per spiegare quello che non può essere un semplice lavoro per portare a casa uno stipendio a fine mese, ha raccontato un aneddoto. «È accaduto pochi mesi fa. Era una mattinata frenetica, con un paziente che ci stava lasciando, qualche problema, persone che dovevano arrivare. Sono andata da Mario, che si stava spegnendo. La famiglia era dovuta uscire, ma io ero lì per lui. In quel momento gli ho preso la mano e l’ho tenuta, fino al suo ultimo respiro. Poi è arrivata la figlia, le ho raccontato e descritto. Il mio turno è finito poco dopo e la collega mi chiedeva come stessi. La prima volta le ho risposto bene, la secondo le ho risposto bene, la terza ho ammesso che non stavo bene per niente. Avrei voluto fare qualcosa di più e ci siamo confrontate. Quella chiacchierata mi ha permesso di avere una consapevolezza: non avevo fatto nulla di tecnico, nessuna procedura, semplicemente c’ero. E quello era fondamentale. Quel tenere per mano, con una trasmissione di emozioni per entrambi, era fondamentale».


«GRAZIE A CURE PALLIATIVE DENNIS È MORTO VIVENDO»

Due parole per descrivere la parola coraggio? Eccole: Sonia Lunardelli.
«Il tema è delicato, perché si parla di morte. La chiamano fine vita, ma è giusto darle il proprio nome: morte. La storia è quella del mio compagno, Dennis. A 28 anni ha scoperto di aver ereditato una rara malattia genetica, Vhl. Ha fatto molte operazioni, poi nel 2012 l’ennesimo intervento. Abbiamo conosciuto le cure palliative, ci hanno sempre sostenuto nell’attività svolta a casa. Poi è peggiorato ed è tornato in ospedale. A quel punto hanno proposto l’hospice, che è diventato una base logistica per la rete di amici, ci ha permesso di non chiuderci ma di aprirci al mondo. Abbiamo trovato l’ascolto, che cura più delle medicine. Io mi chiedevo se bisognasse arrivare in punto di morte per essere trattati bene, tanto grande era l’affetto dimostrato da tutti. Ecco, Dennis è morto vivendo, e questo è un aspetto fondamentale».

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