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Stop al massacro in Siria

La manifestazione a Trento

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Nel pomeriggio di oggi, sabato, piazza Duomo a Trento ospita una manifestazione che lancia un appello per lo stop del massacro della popolazione civile in corso in Siria.

Di fronte a una platea molto numerosa, si sono alternati alcuni interventi, anche di esponenti istituzionali, per dire no alla guerra e per chiedere un'azione diplomatica  internazionale più efficace affinché cessi la devastazione umana in corso.

Molto dure le critiche di alcuni oratori nei riguardi del sanguinario regime di Assad e dei suoi sostenitori internazionali presenti anche nello scenario bellico. Nel mirino anche il ruolo della Turchia che approfitta del conflitto siriano per attaccare i curdi in Siria, una minoranza che fra l'altro rappresenta un baluardo contro l'Isis/Daesh.


Un'altra manifestazione si terrà lunedì, in piazza Pasi.

«L’orrore di Aleppo - scrivon oi promotori dell'evento - è sotto gli occhi di tutti. L’ennesima tragedia umanitaria dall’inizio del conflitto siriano si sta consumando in queste ore, con una comunità internazionale che rimane inerme e con migliaia di persone ancora intrappolate nell’inferno.

La conquista definitiva della parte Est della città, importante crocevia commerciale e culturale della Siria ante-guerra e porta verso l’Occidente, da parte di Assad e dei suoi alleati, Russia ed Iran in testa, era stata preceduta da mesi di violenza e terrore.

A subirne gli effetti è stata soprattutto la popolazione civile; donne, uomini e bambini disarmati che stanno pagando un prezzo altissimo in un conflitto che pare senza fine. Oltre mezzo milioni di morti dal 2011 e la metà della popolazione esistente nel periodo pre-bellico che è stata costretta a lasciare il Paese ricevendo, il più delle volte, un’accoglienza indegna in Europa.

Sangue e morte come quello che, a parti invertite, si è consumato durante l’assedio della parte ovest della città, avvenuto a partire dal luglio del 2012, che allora vedeva protagoniste le milizie sunnite contro le forze governative. Anche allora abbiamo assistito alle stesse orribili scene ed alla stessa indifferenza da parte della comunità internazionale.

Il mosaico siriano, la complessità di una guerra troppe volte ridotta semplicisticamente ad un “tutti contro tutti” è stata spesso un alibi per mascherare gli interessi strategici e le politiche di potenza in un’area la cui instabilità è funzionale a chi si arricchisce con l’industria bellica e con l’accaparramento selvaggio delle risorse.

Le atrocità compiute da Daesh nella sua avanzata in Siria ed in Iraq e nel tentativo di riconquista dei territori persi, il fondamentalismo che nega ogni libertà praticato dal Fronte al-Nusra (ora Jahbat Fateh Al-Sham) e da altre forze jihadiste, l’arroganza militare e politica di Assad e dei suoi alleati, le ambiguità di Stati Uniti e Turchia sono le tante facce attraverso cui si esprime nel territorio siriano un’unica grande guerra: quella globale.

Una guerra permanente, combattuta in primo luogo dalle multinazionali e dai potentati finanziari per l’esproprio delle risorse, che nel Medio-Oriente ha in questo momento altri focolai meno noti, ma altrettanto mortali e che vede la stessa Italia coinvolta nel rifornimento di armi a Paesi che finanziano direttamente il fondamentalismo wahabita, come l’Arabia Saudita, protagonista nel sanguinoso conflitto yemenita.

Sul fronte siriano abbiamo da tempo scelto da che parte stare e chi sostenere: i curdi dell’YPJ, che hanno a lungo resistito all’invasione del sedicente Stato Islamico e sono stati protagonisti della riconquista di numerosi territori nel nord del Paese, insieme alla coalizione delle Forze Siriane Democratiche (SDF).

Le postazioni curde sono state attaccate anche dalle forze militari filo-governative e soprattutto dalla Turchia di Erdogan, che ha visto nella loro avanzata e rafforzamento una minaccia diretta per la stabilità interna del suo Paese.

I curdi devono combattere l’isolamento perché la rivoluzione che hanno attuato in Rojava fa paura a tutte le forze coinvolte nella guerra globale, proprio perché rappresenta un’alternativa reale a questo modello, che ha proprio nella guerra e negli interessi ad essa connessi il suo tratto costituente.

Ed è proprio sulla spinta di questa alternativa che abbiamo bisogno di scendere in piazza per chiedere di fermare l’orrore di Aleppo e di costruire immediatamente canali umanitari per consentire alle popolazioni civili di potersi rifugiare in luoghi sicuri.

È necessario in questo momento che i movimenti sociali, l’associazionismo e pezzi di società tornino a mobilitarsi contro lo scempio umanitario della guerra e riconquistino lo spazio pubblico per lanciare un messaggio chiaro in tutte le nostre città: fermiamo la guerra in Siria, i bombardamenti ed i massacri che continuano a susseguirsi, il rifornimento di armi agli attori che la combattono.

Chiediamo anche all’Unione europea di assumersi la responsabilità di un’altra tragedia umanitaria che da sempre si connette alla guerra: quella dei profughi.

Per questa ragione va immediatamente messo in discussione il Trattato con la Turchia, che consente a quest’ultima di gestire i flussi migratori dall’Asia verso l’Europa, e messa in campo una politica d’accoglienza non basata sull’emergenza, ma sui diritti.

Non è il momento di stare fermi e zitti. Come centro sociale Bruno invitiamo a scendere in piazza Pasi lunedì 19 dicembre alle 18,30.

Contro Assad e le potenze neocolonialiste. 
Contro il fondamentalismo di Daesh e dei miliziani jihadisti. 
Contro la guerra globale.
Per la rivoluzione curda e l'autodeterminazione sociale.
Per l'accoglienza dei rifugiati.

Per info e adesioni scrivete sulla pagina o sull'evento
#stopbombingAleppo
#Stopwar»

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