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Alluvione del '66, la storia

del barcaiolo e del carabiniere

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Il barcaiolo di Trento. Ovvero colui che il 5 novembre, dall'alba al tramonto, ha condotto la barca del padre lungo tutte le strade, o meglio i canali, di Trento per andare a salvare decine di persone. Lui, allora ventiduenne studente universitario, ha remato per ore, portando un carabiniere a soccorrere chi ne avesse bisogno. Si chiama Sandro Pontillo, è del 1944, e oggi dopo la laurea in chimica ha un'azienda che produce aromi alimentari. Ma cinquanta anni fa è stato, per un giorno, il barcaiolo che ha salvato decine di persone. 

«Ero un ragazzo e le questioni erano due: avevamo una piccola barca e io sapevo remare». Due questioni che in quel novembre 1966 erano assolutamente fondamentali. Ed entrambe sono legate a una sorta di eredità paterna.
«Mio padre era siciliano ed è venuto in Trentino dopo la Prima guerra mondiale. Era un grande appassionato di canoa e barche a vela, fu anche tra i fondatori dell'associazione velica sul lago di Caldonazzo. Così lì, sulle darsene, teneva una piccola barca in alluminio, verde, con la punta all'insù. Si chiamava Plumen Canadian. Poi comprò due piccole iole, con i remi molto lunghi, l'ideale per fare canotaggio: una per me, l'altra per mio fratello. Così tra le medie e il liceo ho imparato a remare». 

Una dote che sarà fondamentale in quel novembre. «Credo fossero le 3 di notte: arrivò una telefonata a casa da parte di una famiglia di amici. "Siamo nell'acqua, venite a prenderci". Mio padre mi svegliò: "Sandro, credo sia accaduto qualcosa, vieni"». È notte, padre e figlio escono di casa, in pieno centro storico. L'acqua sta arrivando: «In via Manci abbiamo visto questa strana onda che saliva da via Roma». I due decidono di andare dai carabinieri, in via Barbacovi. «C'era grande confusione, nonostante l'ora. Abbiamo fermato un carabiniere e gli abbiamo detto "Noi abbiamo una barca, la mettiamo a disposizione e possiamo aiutarvi. Però è a San Cristoforo"».
Dopo pochi minuti padre e figlio sono su un camioncino delle forse dell'ordine e, da Vattaro, vanno verso il lago. 

«Una frana a Valsorda non ci ha fermati, anche perché c'era una scavatrice che stava già sgombrando la strada». È quasi l'alba e la barca viene messa in acqua nel porto di Trento. Porto di Trento? «Sì, al Castello del Buonconsiglio c'era una specie di porto. Messa la barca i carabinieri si sono girati verso mio padre: "Ma chi rema? Noi non siamo capaci"». A questo punto possiamo solo immaginare che le teste si siano girate verso il giovane, verso il ragazzo. Verso Sandro. «Ho detto che avrei remato io, ma alla condizione che con me salisse un carabiniere, per aiutarmi a recuperare le persone. Così abbiamo iniziato a girare la città. All'altezza della stazione delle autocorriere un cigno si è messo a seguirci, poco più avanti una amico da un balcone mi ha urlato "Dai Sandro, portami a comprare le sigarette". Più tardi, verso le 10, nessuno scherzava più». 

Il ventiduenne e il carabiniere vanno a prendere le persone e le portano al sicuro. Arriva una richiesta di intervento anche da via Santa Margherita. Lì, però, ci sono i gorghi. L'Adige è vicino e c'è qualche pericolo in più. «Io e il carabiniere ci siamo guardati e detti: " Sa fente ?". Dopo un secondo: " Bom, nen ". E lì ci hanno scattato anche una foto, che è un ricordo di quella giornata. Ho detto no solo una volta, ovvero quando mi hanno chiesto di andare in via Roma a recuperare un cadavere: "No, ormai è morto. Andiamo a salvare i vivi". La sera cominciavano ad arrivare i primi gommoni, poi il giorno dopo i mezzi militari e dell'esercito. Così ho remato qualche ora la mattina successiva e poi basta».
Sandro Pontillo remerà poco nei mesi e negli anni successivi. «La laurea, poi il lavoro, piano piano ho smesso». Ma poco importa. Non sarà diventato un grande sportivo, ma le sue doti di barcaiolo sono servite, e parecchio, quel giorno di novembre di cinquanta anni fa.

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