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Tasse sugli immobili, nel mirino della Pat

le dichiarazioni sugli edifici agricoli esenti

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Parte la verifica su circa 800 domande di esenzione dalla tassa comunale sugli immobili tra le circa 17.000 che sono state presentate dagli agricoltori trentini.

La Provincia, attraverso il Servizio catasto, infatti, ha fatto partire da circa un mese la fase due rispetto alle autocertificazioni presentate da chi svolge attività agricola. Entro fine anno, di fatto, il 5% delle domande presentate sarà controllata direttamente dai funzionari del Catasto nelle aziende agricole.

Dai primi risultati, ancora parziali, emerge già il fatto che alcune domande di esenzione, per ora molto poche, sono risultate non in linea con quanto dichiarato. Per alcuni sono arrivate le richieste del Catasto di modificare i dati, in modo tale da renderli aderenti alla realtà effettiva. In alcuni casi, invece, la differenza tra quanto dichiarato e lo stato delle cose trovato dai funzionari del Catasto ha costretto la Provincia a segnalare ai Comuni il fatto che l’edificio dichiarato dall’agricoltore come esente dalle imposte comunali sugli immobili, non ha le caratteristiche di legge per poter essere esentato dalle varie Ici, Imu, Imis che si sono succedute negli anni.

Grazie a tale segnalazione e alla modifica della classe catastale, quindi, per il Comune si apre la porta per recuperare quanto il proprietario di quell’edificio doveva pagare dall’ultimo anno di imposta e nei 4 anni precedenti. In totale, quindi, all’agricoltore che si è visto togliere l’esenzione sull’edificio di proprietà, il Comune potrà chiedere 5 anni di arretrati.

La questione non è di poco conto, visto che solo per le cooperative, il gettito mancante a seguito di esenzione per i fabbricati al servizio dell’attività agricola si aggira sul milione e mezzo annuo solo per l’Ici e l’Imu, cifra che sale a qualche milione considerando anche le società agricole e gli agricoltori professionali.

La possibilità di definirsi come esente dalle varie imposte sugli immobili è sempre possibile. Per le domande arrivate fino al 2013, circa 7.000 rispetto alle 17.000 complessive, la dichiarazione di ruralità dell’immobile dava la possibilità di non pagare l’Ici e I’Imu per i 5 anni precedenti (fino al 2008 compreso). Per le domande arrivate successivamente, in ogni caso, c’è stata la possibilità di chiedere l’esenzione dalle imposte comunali, prima l’Imu, e poi, da due anni, l’Imis, per il periodo successivo.

Perdere il requisito di ruralità, per questo, permette ai Comuni di incassare le tasse dovute sugli immobili per i cinque anni precedenti. I controlli sono partiti alla luce di una decisione che risale ancora al 2014. Il provvedimento a firma aveva avviato l’iter per la commissione che, a partire dall’inizio del 2015, era incaricata di avviare i controlli sulle dichiarazioni dei soggetti che hanno indicato come rurale gli immobili funzionali all’attività agricola o l’abitazione in cui sono residenti gli agricoltori professionali in attività o in pensione. Inizialmente, come detto, si tratta di verifiche a campione, con un controllo del 5% delle domande presentate a ciascun distretto catastale. Tale verifica è stata avviata a settembre.

La seconda fase vede una verifica mirata per le domande per le quali siano sorti fondati dubbi in ordine alla veridicità delle dichiarazioni rese. Il controllo passerà dalla modalità a campione a una modalità a tappeto, nel caso in cui più del 20% delle dichiarazioni verificate risultassero non veritiere. In ogni caso, toccherà poi ai Comuni recuperare le somme non versate sugli immobili che hanno perso la caratteristica di ruralità.

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