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Aiuti ai terremotati di Amatrice

già allestito il campo Trentino

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Fino a lunedì sera, nel grande prato di fronte alle case della frazione di San Cipriano - a un chilometro e mezzo dal centro storico di Amatrice - c’erano solo le auto distrutte dalle case venute loro addosso, depositate là perché non fossero d’intralcio alle operazioni di soccorso e di sgombero delle macerie.

Nel giro di ventiquattro ore, accanto ai rottami, ennesimo segno di disperazione per la gente del paese, è venuto su un segno di speranza: «campo Trentino», la base logistica degli uomini scesi nell’entroterra laziale per dare il loro contributo alla ricostruzione e ieri sera sul prato si potevano contare dieci tende-dormitorio, un tendone che potrà ospitare fino a cento persone per i pasti a partire da quest’oggi, servizi igienici, docce, sale operative per la gestione del campo e per quella relativa ai lavori della scuola.

Tutto tirato su non solo lottando contro il tempo, ma anche contro il meteo, con la pioggia che ha cominciato a cadere verso le 14.30: «Ha complicato parecchio le cose, ma i nostri uomini, espressione di tutte le varie componenti del sistema della Protezione civile, hanno lavorato davvero in maniera eccezionale, mettendoci l’anima», ha commentato commosso il dirigente della Protezione civile Stefano De Vigili.

Una lotta, quella del contingente trentino al lavoto ad Amatrice, che è stata poi anche soprattutto contro le emozioni: non è mai facile lavorare in un contesto di dolore e scoramento: «È sempre difficile lavorare con il cuore spezzato, trovare le parole quando ti trovi a montare tende a due passi dalle auto sventrate dai massi e dalle travi.

Tante auto che erano soltanto parcheggiate, ma anche macchine da cui gli occupanti non sono più usciti: abbiamo visto tante persone venire a lasciare un mazzo di fiori sui rottami», racconta con un filo di voce Roberto Toniolatti, membro del direttivo del nucleo valsuganotto guidato da Bruno Broseghini: «Il dolore qui è grandissimo, ma affrontato con una dignità che davvero lascia senza parole, di fronte al quale è difficile reagire diversamente se non con il silenzio».

I volontari valsuganotti dei Nuvola sono stati tra i primi ad arrivare, preceduti dalla colonna della Protezione civile con vigili del fuoco permanenti e personale dei servizi prevenzione rischi e bacini montani.

Tutti hanno dovuto affrontare un lungo e non facile viaggio: Amatrice disterebbe meno di 450 chilometri da Trento, raggiungendola da nord, ovvero via Ascoli Piceno, Arquata del Tronto e Accumoli.

Ma si tratta di un itinerario che è stato trasformato ora in un’autentica via crucis attraverso centri devastati, come è possibile intuire dai nomi di località ormai diventate tristemente note a tutti. Con strade inagibili, sia per danni strutturali alle infrastrutture, sia per l’inopportunità di transitare attraverso centri in cui si scava ancora.

Ecco dunque che l’unico modo per raggiungere Amatrice è quello di arrivarvi da sud, scendendo in a14 fino a Giulianova, spingendosi nell’entroterra attraverso Teramo e fino all’Aquila per poi affrontare gli ultimi 50 chilometri su strade tortuose. Una deviazione che trasforma i 450 chilometri dell’itinerario inagibile in un viaggio da 220 chilometri e almeno un paio d’ore in più.

«Siamo all’Aquila e ci siamo fermati a mangiare un boccone, visto che ci manca ancora il tratto peggiore del viaggio. Arriveremo dopo le 23, al termine di un viaggio faticoso. Ma non è nulla di fronte alla gravità di ciò per cui siamo mobilitati», ci ha spiegato alle 21 passate di ieri Maurizio Ravelli, solandro responsabile della colonna dei Nuvola partita da Lavis con otto mezzi - tra cui camion e rimorchi che inevitabilmente limitano la velocità di marcia - alle 10.30. Una sosta all’Aquila, che per tanti dei cinquanta trentini in centro Italia, ha rappresentato un ritorno con la mente a sette anni fa, ad un’altra emergenza.

Oggi come allora, anche 50 chilometri più su, sporcandosi le mani e faticando, si cercherà di riportare il sorriso.

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