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Lamin a Trento: «I terroristi?

Ignorano il Corano»

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Un gruppetto di bambine si rincorre in giardino, i maschietti tirano calci a un pallone mentre le loro mamme chiacchierano da un balcone all'altro. Tutte le porte del condominio di via Giusti sono aperte e nel cortile si respira un'atmosfera singolare. Siamo nel centro di Trento, eppure la sensazione è quella di trovarsi in un piccolo paese, dove tutti si conoscono e la diffidenza verso il prossimo è qualcosa di sconosciuto. 

La casa solidale, fatta da quattro famiglie che vivono in totale condivisione sotto lo stesso tetto, con tanto di conto corrente in comune, da qualche mese si è arricchita di un'altra variabile. A novembre, nel progetto di co-housing, è entrato anche Lamin Darboe, 24 anni, richiedente asilo del Gambia. Ad accoglierlo sono stati Sergio Violante, 38 anni, insegnante a Rovereto, e la moglie Fiorella Confino, 39 anni, casalinga, entrambi originari di Napoli, con le loro figlie di quattro, sei, nove e dodici anni.

Una scelta, quella di ospitare un profugo, concretizzatasi grazie all'aiuto di Cinformi, che ha seguito tutte le fasi dell'inserimento. L'esperimento, dopo quattro mesi di convivenza, è perfettamente riuscito. «Siamo da sempre interessati alle forme di vita comunitarie», spiegano i due coniugi. «Questa casa (ottenuta in comodato gratuito dal Seminario di Trento, con l'obbligo di ristrutturarla, ndr) è dinamica, ricca di relazioni. Ogni famiglia ha il suo spazio, ma si cerca di condividere il più possibile». Così succede che i 14 bambini che vivono nel condominio trascorrano tantissimo tempo assieme, giocando, facendo i compiti, ma anche mangiando nello stesso appartamento, mentre in caso di emergenze i genitori sanno di poter contare sul vicino. «Sono soprattutto i nostri figli a beneficiare di questa grande socialità. Vogliamo che crescano con la mente aperta», ci raccontano Sergio e Fiorella, seduti al grande tavolo della loro cucina.

Proprio in quest'ottica è arrivato Lamin. La sua storia è simile a quella delle altre migliaia di persone che, giornalmente, sbarcano sulle coste italiane. Minuto, grandi occhi scuri, il 24enne fa fatica a parlare del suo passato. Nel suo buon italiano ci racconta che in Gambia ha frequentato le superiori, che lavorava nell'ufficio turistico del suo villaggio, Mandinari, ma che un giorno ha voluto partire, perché là rischiava la vita. Il viaggio attraverso l'Africa è stato infernale: Senegal, Mali, Burkina Faso e, infine, Libia, da dove a marzo si è imbarcato. «Volevo venire in Europa. Dell'Italia non sapevo niente: conoscevo solo la Juventus», ammette, anche se adesso i suoi genitori adottivi lo hanno spinto a tifare per il Napoli. La carretta del mare che doveva portarlo verso una nuova vita si è ribaltata e Lamin, che sa nuotare, è uno dei pochi a essere riuscito a mettersi in salvo. Quel 14 aprile 2015, 400 persone hanno perso la vita in mare. Accolto dapprima nel campo di Marco e poi nella residenza di via Brennero, anche in virtù del suo ottimo carattere, Cinformi a novembre gli ha proposto la grande famiglia di via Giusti. «Ho accettato subito. Appena li ho conosciuti ho capito che erano brave persone», racconta il giovane gambiano.

Ora le sue giornate sono fatte di studio, ma anche di tanti giochi con i bambini della residenza solidale. La mattina frequenta l'Istituto Don Milani per prendere la licenza media, mentre la sera è all'Istituto tecnico Marconi per il diploma in elettronica. «Studiare mi piace, vorrei anche fare l'università e diventare un ingegnere», ci confida Lamin. «Le nostre bambine lo adorano e lui si dà da fare anche con i lavoretti domestici», dice Floriana, che poi continua: «Averlo qui è un piacere, un'occasione di confronto unica». In Gambia il giovane ha lasciato una famiglia di otto fratelli. «Sento molta nostalgia di casa. Questo per me è stato il primo vero inverno. È stato molto strano dover sempre uscire con addosso la giacca». Figurarsi la neve.

Abituato alla cucina africana, Lamin ci ha messo poco ad adattarsi ai piatti italiani. Adora la pizza, rigorosamente napoletana, la frittata di maccheroni, ma anche la polenta, e sostiene di essere un bravo giocatore di calcio. «Vorrei trovarmi una squadra, ma avendo i corsi serali non mi è possibile», spiega Lamin. Da buon mussulmano, ogni venerdì va a pregare nella moschea di Trento, e i fatti tragici di Bruxelles lo hanno sconvolto. «Quelli non sono mussulmani. Non lo hanno nemmeno letto il Corano. L'Isis sta uccidendo anche molti gambiani in Libia, non guardano in faccia nessuno», conclude prima di cimentarsi in una gara di disegno con le bambine della sua nuova famiglia. 

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