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«Trovai mia figlia morta

abbracciata alla mamma»

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La tragedia di Stava: le bare per le vittime

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A Stava, quel venerdì 19 luglio 1985 ore 12.22.55, un pool di chef mortali, proprietari e gestori nel tempo dei bacini, costruiti e gestiti con incultura, imperizia, negligenza e imprudenza, e ciechi enti istituzionali preposti al controllo degli stessi bacini, serviva un pranzo mortale di fango a una moltitudine di persone.

In 268 rimasero sotto il fango, compresi mia moglie e mia figlia di otto anni. Io, operatore di Borsa, quel giorno ero al lavoro, la famiglia a Stava, in attesa di andare successivamente al mare tutti insieme. Al rientro dopo la seduta di Borsa, la centralinista dell’ufficio mi chiese se i miei familiari erano ancora in montagna, perché aveva sentito alla radio di una tragedia imprecisata che era appena successa in Trentino. Tramite il mio titolare che aveva conoscenze in Prefettura non fu difficile appurare quello che era successo.

Qualche speranza partendo subito in macchina con il più caro amico, Italo, di ritrovarle ancora vive, fino all’arrivo nella valle, ormai rasa al suolo dalla massa precipitata dai bacini.

Dormimmo in macchina forse due ore, io e il mio amico Italo che pure aveva problemi di circolazione e non era certo il massimo per lui, facendo la spola tra il luogo presunto dell’Hotel Miramonti nel quale erano i miei e l’obitorio allestito nella chiesa di Cavalese a sollevare teli per riconoscere, per quello che si poteva, l’identità dei corpi recuperati.

Quando finalmente al sabato mattina dopo il pranzo, riuscii a convincere il mio amico Italo a rientrare a Milano con l’autobus, mi appostai sulla collinetta di fronte al fango fino a vedere che tiravano fuori dal fango le mie care abbracciate. Poi il vuoto, lo sbando, l’era del processo penale con professionisti ricchi di umanità: i presidenti delle Acli che si sono succeduti, i mitici professori Stella e Floriano Villa, il dottor Egidio Brambilla coordinatore e materasso tra i familiari e i tecnici fino al riconoscimento delle responsabilità del pool di chef assassini.

Da subito la ricostruzione affettiva con l’aiuto della fede, grazie a persone speciali: Italo e Anna, Nino e Donatella, Daniela e Narciso, Antonio ed Elisa. Raffaella, Laura, Maricarmen, Patrizia mia moglie.
Se qualcuno mi chiedesse a distanza di 30 anni dall’evento, com’è oggi la situazione: ogni riferimento alla vicenda è capace di riportarmi indietro di 30 anni; gli direi che le ferite sono sempre aperte, e l’ultima, che probabilmente si porta dietro anche Patrizia, mia moglie ora, è il non avere avuto il coraggio, io, di volere una figlia, per il terrore di riperderla.

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