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Filosofia e dissensoJan Patocka, il "Socrate di Praga"

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Jan Patocka è certamente il più importante filosofo ceco del Novecento. Allievo di Edmund Husserl e di Martin Heidegger fa parte non solo del movimento fenomenologico, ma della grande tradizione della filosofia mitteleuropea. I suoi lavori, tuttavia, si differenziano dallo stile proprio di quella tradizione e mettono al centro i temi svolti da Husserl nella famosa conferenza di Praga del 1935, pubblicata postuma con il titolo La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale. Sono i temi del destino dell’Europa e del senso dell’esistenza nel mondo del trionfo del calcolabile. Le riflessioni husserliane sul “mondo della vita” vengono arricchite ricorrendo ai temi sviluppati da Heidegger in Essere e tempo. In tutta la sua opera sono evidenti le suggestioni che provengono dall'analitica esistenziale heideggeriana: anche “il vivere nella verità” che Patocka e poi Vaclav Havel nel Potere dei senza potere, contrapporranno al “vivere nella menzogna”, categoria con cui la dissidenza ceca descriverà il totalitarismo comunista, rinvia alla distinzione tra “esistenza autentica” e “inautentica”. A questo proposito nei Testamenti traditi, Milan Kundera afferma che “tutto il pensiero della dissidenza ceca, a cominciare da Patocka, è in debito verso” Heidegger. Ma la storia personale di Jan Patocka è anche la storia di un corpo a corpo con i totalitarismi del Novecento. I periodi in cui potrà pubblicare e insegnare liberamente sono pochissimi: prima per la chiusura dell’università Carlo ad opera degli occupanti nazisti, poi per il rifiuto di iscriversi al partito comunista. La sua lettura di Husserl è fin da subito mediata dal suo maestro Jan Blahoslav Kozak, uno dei primi filosofi cechi a recepire l'opera del filosofo tedesco, dandole una forte connotazione etica che innerverà profondamente l’atteggiamento di Patocka.
Sul compito etico del filosofo parlerà a lungo nei seminari quasi clandestini da cui usciranno le lezioni su Socrate e su Platone. Questa profonda fiducia in ciò che definisce “la cura dell’anima” e che identifica con lo stesso filosofare lo porterà nel 1977 ad aderire e ad essere uno dei portavoce di Charta ’77, il più noto gruppo della dissidenza ceca, nato per richiedere l’applicazione degli accordi di Helsinki. Dall’uscita del primo documento e poi dei successivi di Charta ’77 è un susseguirsi di interrogatori e di vessazioni. Il movimento vive di una ampia notorietà internazionale è così il ministro degli esteri olandese Max van der Stoel in visita Praga, deviando dal programma ufficiale, invita Patocka il 2 marzo all’Hotel Intercontinental per informarsi sulle finalità del movimento. Il mattino successivo viene prelevato e portato al commissariato per un interrogatorio che dura quasi dieci ore. Ritorna a casa debilitato, in preda ad una crisi cardiaca – probabilmente causata della brutalità dell’interrogatorio – per cui il medico prescrive il ricovero in ospedale. Nell’ospedale di Strahov, nonostante le sue gravi condizioni, a lavorare ancora, e l’8 marzo stende l’ultimo suo scritto che è considerato il suo testamento politico. Le sue condizioni peggiorano e, dopo tre giorni di coma, nel pomeriggio del 13 marzo muore: è la prima vittima della nuova ondata repressiva.

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