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Ditta delle sigarette elettroniche

messa in ginocchio dal Fisco

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Da sinistra, Andrea Giovannini e Daniele Campestrini, amministratori della Dea Flavor di Lavis

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Con il nuovo anno è scattato il nuovo regime fiscale sulle sigarette elettroniche, che dal 1 gennaio 2018 sono passate sotto il controllo diretto del Monopolio di Stato, esattamente come accade già per il tabacco tradizionale. Una rivoluzione che rischia di soffocare un intero settore e alimenta una battaglia combattuta a suon di leggi, sanzioni e ricorsi.

Da un lato c’è lo Stato che, tra maxi imposta e strette regolamentazioni, torna a fissare paletti a un settore cresciuto a dismisura in pochi anni e ad oggi senza regole chiare; dall’altro ci sono aziende delle cosiddette e-cig, rivenditori e migliaia di negozi in tutta Italia, che rischiano di veder andare letteralmente in fumo affari e posti di lavoro. Una ghigliottina normativa e fiscale che in termini occupazionali non risparmia il Trentino, dove in gioco c’è il futuro della Dea Flavor di Lavis, una delle aziende leader in Italia e a livello internazionale nella produzione di liquidi per sigarette elettroniche certificati.

«Questo atto rappresenta l’ultimo di una serie di interventi normativi distruttivi avviati fin dal principio nei confronti del settore del vaping e noi ci appelliamo al prossimo governo affinché intervenga immediatamente su quella che ci permettiamo di definire una “porcata”». Questo lo sfogo di Andrea Giovannini e Daniele Campestrini, amministratori dell’azienda trentina nata nel 2012 e che conta quaranta dipendenti nella sede di Lavis. oltre a 60 agenti commerciali sparsi in tutta Italia. «Ma purtroppo sarà così ancora per poco», perché «se al più presto non ci saranno cambi di rotta dovremo affrontare ripercussioni pesantissime», dal drastico ridimensionamento di personale e di costi fino alla concreta possibilità di dichiarare fallimento.

Indipendentemente se contengano o meno nicotina, i liquidi da ricarica per sigarette elettroniche dal 1 gennaio 2018 sono tassati a 0,39344 euro più Iva per ogni ml. Ogni flacone di ricarica da 10 ml, che normalmente dura qualche giorno, costa quindi circa 4,50 euro in più, superando la spesa per un pacchetto di sigarette tradizionali. «I prezzi sono raddoppiati e se fino al dicembre scorso il consumatore acquistava una boccetta di liquido a 5 euro, adesso arriva a 9,50», chiarisce Daniele Campestrini, «e questo va anche a svantaggio delle aziende italiane serie, generando sommerso e favorendo un mercato estero praticamente privo di controlli».

«L’idiozia è che si vogliono tassare anche eccipienti quali glicerina e glicole», aggiunge Andrea Giovannini, «prodotti di libera vendita utilizzati anche per cosmesi e alimentari, che in farmacia costano circa 20 euro al litro, ma che di colpo ne costeranno circa 490 solo di tasse se etichettati come “liquido inalabile”. È l’accisa più alta a livello mondiale». E l’impatto è già forte su un’azienda che, solo negli ultimi tre anni, «da 3 milioni di euro di fatturato e dieci dipendenti è passata a 14 milioni di euro di fatturato e quaranta dipendenti» con una crescita esponenziale. Perché «da quando abbiamo applicato la nuova imposta di consumo, ovvero da dicembre, possiamo dire che le vendite sono diminuite del 90%, che siamo stati costretti già in questi giorni a predisporre almeno dieci licenziamenti e che la produzione è stata ridotta all’osso, senza ancora poter fare previsioni certe per i prossimi mesi finché la situazione non si stabilizza».

La mazzata finale per la Dea arriverebbe, come affermano gli amministratori, calcolando il debito pregresso con l’Erario. Campestrini snocciola numeri allarmanti: «siamo sui 33 milioni di euro da restituire allo Stato e ovviamente se non ci sarà un intervento politico al riguardo la società verrà chiusa». Un conto salato, frutto di una controversia di lunga data: la tassazione attuale ricalca quella formulata in un decreto legislativo del 2014, contro cui le associazioni di categoria si sono espresse ricorrendo al Tar e ottenendo sospensive sui versamenti allo Stato. La Corte Costituzionale però con l’ultima sentenza di novembre 2017 ha stabilito che il balzello sui liquidi è legittimo. «E l’effetto retroattivo è un problema, perché la società non ha i soldi per pagare in quanto non li ha mai incamerati» sbotta Campestrini, puntualizzando che «non è che fino ad ora abbiamo applicato l’imposta piena ai consumatori e ce la siamo messa in tasca per scapparcene alle Bermuda, non l’abbiamo proprio mai acquisita».

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